7 maggio 2014. Il Sottosegretario di Stato presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali Luigi Bobba replica per il Governo in Aula Senato sul D.L. 34/2014

Signor Presidente, onorevoli senatori, ci accingiamo ad affrontare l’iter finale di questo provvedimento.

Vorrei svolgere alcune considerazioni a tratti di metodo e tratti di merito, avendo già fatto il relatore una puntuale replica agli interventi che si sono succeduti nel pomeriggio di ieri.

La prima considerazione è che il decreto-legge in esame è stato esposto ad un duplice rischio. Da un lato, come tutti i decreti-legge, è stato considerato dai parlamentari un po’ un autobus veloce che giunge rapidamente a destinazione e dunque c’è stata la tentazione e il tentativo di salirvi in tanti, o meglio di caricare l’autobus di molti temi e questioni che a volte non avevano per nulla a che fare con il provvedimento. È una tentazione legittima, vista la tempistica dei lavori parlamentari, ma dall’altro lato noi sappiamo bene che il decreto-legge, così come è nato, aveva degli intenti e degli obiettivi ben circoscritti. Inoltre, i decreti-legge nascono per motivi di necessità ed urgenza e dunque non possono che avere un intento, diciamo così, chirurgico, quello cioè di raggiungere degli obiettivi di modifica normativa o di introduzione di nuove norme in modo sufficientemente rapido, in tempi brevi, cioè nei sessanta giorni previsti per la loro conversione in Parlamento. È altrettanto vero che se l’autobus del decreto-legge si carica di troppi pesi, alla fine rischia di non arrivare mai in stazione, mentre invece chiaramente l’intento del Governo, ma anche del Parlamento, è che il provvedimento giunga alla stazione finale in tempo utile.

La seconda considerazione è che questo provvedimento, essendo stato il primo che il Governo ha emanato, è stato assunto come una messa alla prova dell’Esecutivo, quindi ovviamente ci sono stati molti tentativi di verificare se gli intendimenti espressi nel testo emanato dal Consiglio dei ministri avevano una loro solidità e anche una condivisione delle forze che sostengono il Governo.

Giunti a questo punto, mi pare che rispetto a questa duplice tentazione, o a questi tentativi, da un lato si possa dire che il provvedimento può giungere a termine nei tempi utili o, meglio, in quelli stabiliti e, dall’altro lato, che il consenso espresso dalle forze di maggioranza, nel duplice passaggio parlamentare alla Camera e al Senato, attraverso il lavoro di Commissione abbia una sua solidità e abbia prodotto un testo che non è né stravolto, ma neppure rimasto intonso rispetto a quello uscito dal Consiglio dei ministri.

Richiamando quanto già espresso dal relatore, vorrei anche dire che gli obiettivi che il Governo si pone non sono di salvezza del mondo, di riforma globale del mercato del lavoro, di risoluzione di tutti i problemi evocati nel corso della discussione (temi, peraltro, di assoluta rilevanza e di grande importanza). Semplificando, gli obiettivi erano sostanzialmente tre: il primo è quello di consentire alle imprese una maggiore agilità nella gestione dei rapporti di lavoro e in particolare nelle assunzioni.

Chiaramente questo obiettivo è connesso alla fase economica che stiamo vivendo e al riguardo già la senatrice Ghedini ha ricordato che il problema principale è la crisi di domanda. D’altra parte, un acuto editorialista de «La Stampa», Mario Deaglio, nel luglio scorso aveva osservato che, paragonando il nostro quadro economico ad un prato, su di esso cominciavano a vedersi esili fili d’erba. Sempre lo stesso editorialista, la scorsa settimana, ha scritto un nuovo editoriale, dicendo che quegli esili fili d’erba stanno diventando una prima fioritura, un prato che comincia a verdeggiare, ma quei fili d’erba sono ancora molto fragili e la ripresa, a lungo annunciata, non ha ancora quella solidità che è necessaria perché si producano conseguenze rilevanti sia sul piano della crescita del PIL che sull’incremento dell’occupazione.

Dunque, il primo intento del Governo era far sì che le imprese, in questo quadro economico che presenta elementi di novità positivi, potessero cogliere al meglio le opportunità e gli elementi di sviluppo e di crescita che cominciano a intravedersi.

In secondo luogo, il provvedimento ha l’intento di far sì che i contratti a termine – che sono di gran lunga privilegiati dalle imprese nelle nuove assunzioni, anche in base a quanto si evince dalla tabella che il relatore ha esposto in Commissione, rappresentando i due terzi sul totale delle nuove assunzioni – abbiano una durata temporale maggiore di quella che hanno avuto finora. Da un lato, vi è, infatti, la scarsa visibilità che le imprese hanno sulla loro prospettiva economica (spesso di breve e brevissimo periodo) e, dall’altro, vi è un insieme di norme della legislazione previgente che ha prodotto un risultato un po’ perverso: quasi il 40 per cento dei contratti a termine in essere ha una durata alquanto limitata, intorno alle tre settimane. Il secondo obiettivo del Governo è pertanto far sì che questi contratti abbiano una durata maggiore, anche fino a trentasei mesi con cinque proroghe possibili. Questo secondo intendimento si collega con quanto espresso nel preambolo del disegno di legge, inserito prima alla Camera e poi modificato in Commissione lavoro al Senato, ovvero con i provvedimenti previsti all’interno del disegno di legge delega sul lavoro, che ovviamente ha ambizioni ben più importanti e più ampie di quelle contenute in questo decreto.

Modificando e rendendo più agile la gestione sia dei contratti a termine che dei contratti di apprendistato, il Governo intende poi perseguire un terzo obiettivo: ci si attende che questo intervento provochi uno «spiazzamento» delle forme di contratto che non hanno alcuna o scarsa protezione sociale per i lavoratori. Non a caso, ieri il senatore Santini ha ricordato opportunamente che il contratto di lavoro a tempo determinato, pur avendo un termine, prevede l’insieme delle protezioni sociali dei normali contratti a tempo indeterminato.

Il Governo pertanto si attende che la ridefinizione di questi strumenti (contratti a termine e apprendistato), operata con il provvedimento, li renda più concorrenziali rispetto alle partite IVA, ai co.co.pro. (non del tutto legittimi) e ai contratti di associazione in partecipazione. Il Parlamento dovrà misurare l’efficacia del provvedimento proposto dal Governo in ordine proprio a questi obiettivi. Non a caso, in seguito alla discussione alla Camera, è stata inserita una norma che prevede che il Governo dopo un anno debba presentare alle Camere una relazione molto dettagliata basata sulle comunicazioni obbligatorie che i datori di lavoro devono fare ogni volta che assumono una persona, così le Camere potranno verificare se gli obiettivi che hanno costituito la motivazione di questo provvedimento siano stati raggiunti. Lo stesso ministro Poletti, con atteggiamento pragmatico, ha detto che, se queste norme non raggiungeranno questi scopi, evidentemente il Governo dovrà rimetterci mano. Quindi, il Parlamento ha l’occasione di fare tra un anno una verifica puntuale.

C’è una seconda considerazione che voglio fare. Dalla discussione e dagli interventi che ho ascoltato ieri pomeriggio mi pare che ci siano due caricature da cui rifuggire. La prima caricatura è quella secondo cui il simpatico Ministro del lavoro viene descritto, dal Movimento 5 Stelle, quasi come un mercante di schiavi. Mi sembra, oltroché inverosimile, perfino ridicolo che si possa attribuire al Ministro del lavoro un intento di questa natura. Così come, dall’altro lato, da parte di Forza Italia c’è stata un’osservazione per cui questo provvedimento era buono all’inizio, mentre adesso è diventato una schifezza a causa delle modifiche volute dal «partito della CGIL» presente alla Camera. Sinceramente, mi sembra che entrambe le caricature siano del tutto fuori luogo e che non corrispondano per nulla alla realtà.

Il Governo in questo senso si è opportunamente, e credo necessariamente, confrontato con le Commissioni e con le Aule parlamentari e penso che, grazie ad un lavoro di ascolto, di dialogo e di correzione, il provvedimento sia oggi migliorato e integrato rispetto al testo iniziale, pur non avendo perso gli elementi originari, cioè l’intendimento e gli obiettivi che ho prima enunciato. Le norme che sono state introdotte alla Camera e quelle che la Commissione lavoro del Senato ha approvato e che adesso sono all’esame di quest’Aula rappresentano quindi il frutto di questo lavoro di dialogo, di costruzione e anche di dialettica, com’è normale in un’Aula parlamentare.

Voglio ricordare le correzioni e le integrazioni che sono state introdotte alla Camera. Mi riferisco in primis alla diminuzione delle proroghe da otto a cinque nell’equilibrio fra i rinnovi (che non hanno un numero definito) e le proroghe (che hanno un numero definito e puntuale, appunto cinque). Mi riferisco inoltre alla norma che tutela meglio le donne in maternità in ordine alla trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato, per le quali il periodo di congedo obbligatorio è considerato e conteggiato nel tempo che è necessario per poter acquisire il diritto di precedenza. Questa stessa norma è stata estesa anche alla trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo determinato, sempre e solo per le donne che sono nel periodo di maternità.

In secondo luogo, ho già detto che la Camera ha introdotto una norma importante, che impegna e obbliga il Governo a presentare, proprio sugli articoli 1 e 2, cioè sui contratti a termine e sui contratti di apprendistato, una dettagliata relazione alle Camere, in modo da poter fare una verifica puntuale. Credo che sia una metodologia da introdurre ordinariamente nella nostra legislazione. Poiché le leggi non sono dogmi della fede, le verifiche puntuali con la realtà consentono di fare gli aggiustamenti e le modifiche ritenute necessarie.

In terzo luogo, è stato ribadito quanto era già contenuto nella legislazione, ma puntualmente ricordato, in merito al periodo transitorio nell’applicazione delle nuove norme. Mi riferisco al rinvio primario ai contratti nazionali i quali, se dispongono norme più favorevoli o termini diversi e concordati tra le parti sociali, valgono in via prevalente rispetto alle stesse norme contenute nella legge. Dunque, le parti sociali non sono per nulla espropriate dal poter dare una applicazione più puntuale e più legata alle diverse realtà territoriali e aziendali.

Ancora, la deroga che è stata introdotta sull’età dell’apprendistato, qualora questo strumento venga utilizzato per il conseguimento della qualifica o del diploma professionale, è una norma coordinata con il cosiddetto decreto Carrozza, con il quale viene avviata una interessante sperimentazione proprio sull’apprendistato.

Mi soffermo poi sull’applicazione del DURC all’articolo 4: si tratta di uno strumento che viene semplificato nella sua gestione in modo che i necessari e indispensabili controlli non diventino poi un appesantimento burocratico che impedisce alle imprese di fare il loro mestiere, ossia di generare attività, lavoro e ricchezza.

Al Senato gli elementi di innovazione che credo valga la pena ricordare sono diversi, ma mi soffermo solo su alcuni di essi e, in particolare, sul tema delle sanzioni, su cui ha già parlato a lungo il relatore. Penso che la norma abbia trovato – per così dire – nel testo approvato dalla Commissione lavoro un suo equilibrio e direi anche una sua efficacia: efficacia dissuasiva da comportamenti opportunistici o distorsivi da parte delle imprese.

Ha ricevuto un larghissimo consenso, direi praticamente unanime, la norma che consente di derogare per gli enti di ricerca, sia pubblici che privati, al vincolo del 20 per cento sul complesso dei contratti a tempo determinato proprio per la natura specifica di questi tipi di aziende o enti che operano normalmente con un’organizzazione del tutto specifica e particolare. Anche l’estensione della durata del termine oltre i trentasei mesi per tutti quei contratti a tempo determinato che vedono il lavoratore impegnato in esclusiva attività di ricerca scientifica, mi pare sia un elemento che consente di valorizzare al meglio il lavoro dei ricercatori e alle aziende di poter utilizzare tutte le risorse che anche le istituzioni internazionali, in particolare l’Europa, mettono a disposizione.

Concludo l’intervento con due ultime osservazioni. È stato rinforzato l’elemento formativo per l’apprendistato relativamente all’offerta formativa che le Regioni debbono predisporre in forma più appropriata e continuativa di quanto finora è stato fatto.

Infine, ricordo l’introduzione della possibilità dell’«apprendistato stagionale», nel senso che si può porre un termine al contratto di apprendistato in quelle Regioni o Province autonome dove vige il sistema di alternanza scuola-lavoro.

In fondo, credo che il lavoro sinora compiuto non sia stato per nulla insignificante né distorsivo rispetto agli intenti iniziali del Governo. Si tratta di un lavoro migliorativo che consente di avere una legge che punta chiaramente ad obiettivi precisi e migliorare le condizioni occupazionali del nostro Paese.