Chi davvero è straniero

Non è stata la prima né, temiamo, sarà l’ultima pagina oscura nella vita delle aule parlamentari, quella vissuta ieri al Senato, dove è andata in scena una rissa, animata per lo più dal gruppo della Lega che intendeva così contestare la legge sulla cittadinanza. Però, sicuramente, è un episodio tra i più gravi della storia repubblicana. Per il provvedimento di legge oggetto della protesta, per la veemenza e per lo spirito “esclusivo” (teso a escludere) che animava quest’ultima. Tagliar fuori, è la parola d’ordine. E questo, in concreto, significa dire «tu sei italiano, tu no» a due bambini seduti fianco a fianco dietro un banco di scuola. Dire «tu sei straniero perché lo è tuo padre, tua madre» a un ragazzino che, magari, non conosce altra lingua che la nostra, con inflessioni dialettali varie. Basta farsi un giro in strada a Milano, a Roma, a Napoli, in qualsiasi borgo o città della nostra amata Patria per rendersene conto. E ci rifiutiamo di credere che certi senatori non abbiano mai avuto modo di constatarlo di persona. Significherebbe che davvero la distanza tra la politica e il Paese reale si è fatta incolmabile.

Escludere, dunque, è l’obiettivo. In base alle origini, al sangue. È già successo nella storia, purtroppo anche qui da noi, ed è stata una tragedia immane e da non dimenticare mai. Nemmeno per un istante. Neanche per quei pochi secondi che servono per sventolare un cartello in un emiciclo che dovrebbe rappresentare la democrazia e il rispetto delle regole, prima che arrivi un commesso a strappartelo dalle mani.
Sul cartello c’è scritto «No ius soli» e già si tratta di una definizione erronea, perché la legge in discussione (già approvata dalla Camera) prevede piuttosto uno ius soli temperato e uno ius culturae. Vuol dire riconoscere come italiani bambini nati in Italia da almeno un genitore che qui risieda regolarmente in virtù di un permesso di soggiorno illimitato o di un permesso di lungo periodo concesso dall’Unione Europea. E riconoscere come italiano chi è arrivato in Italia entro il dodicesimo anno di età e dimostri di aver completato un percorso di studi. Non sono “clandestini”, dunque, termine che su queste pagine non utilizziamo perché convinti che nessuno di noi è clandestino a questo mondo, mentre tutti siamo persone.

Ma se anche la legge fosse stata rivolta a una platea più ampia, ciò a cui abbiamo assistito non sarebbe in alcun modo giustificabile. Ogni opinione, infatti, è legittima e in democrazia tutti hanno diritto a esprimere la propria. Civilmente, però. E nel rispetto delle istituzioni, in special modo se si ha l’onore e l’onere di essere stati scelti dal popolo per rappresentarle.
Il tentativo di ostacolare questa legge, da parte delle forze politiche del centrodestra e del Movimento 5 Stelle, non è illegittimo, è un errore. Ma sembra più percorso da venature xenofobe che fondato su obiezioni nel merito. Quanto autentiche siano tali venature e quanto invece ispirate a criteri di vero o presunto tornaconto elettorale – considerando che siamo in vista di importanti ballottaggi per le amministrative e che si voterà per le politiche al massimo il prossimo anno – non spetta a noi dirlo. Forse sarebbe addirittura meglio se fossero più strumentali che convinte. Perché, in tutta franchezza, fa un certo (brutto) effetto sentir utilizzare espressioni come «sostituzione etnica» da parte di parlamentari della Repubblica, alcuni dei quali amano in genere definirsi «moderati» o «liberali» o «popolari».

Oppure ascoltare loro colleghi fino a ieri fieramente anti-italiani e secessionisti denunciare che con questa legge si starebbe «svendendo la nostra identità» nazionale. I loro partiti, per altro, approvarono quella legge sull’immigrazione nota come Bossi-Fini, in base alla quale (per semplice, inevitabile aderenza alla vita vera del Paese) furono regolarizzati oltre 200mila immigrati che qui già lavoravano. Da allora sono trascorsi 15 anni e non è assurdo pensare che coloro ai quali oggi si vuole negare la cittadinanza italiana siano, almeno in parte, i figli o i nipoti di quelle persone. Cittadini e cittadine, uomini e donne come noi. Che lavorano e fanno impresa con noi e per noi. E che pagano le tasse, se non li lasciamo (o li facciamo) risucchiare nella sacca del lavoro nero. Chi è davvero straniero alla nostra civiltà? Loro o chi rifiuta di guardare in faccia la verità della loro vita e della nostra, insieme?

Avvenire(16-6-17)editoriale

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