Giovani più poveri dei loro nonni

C’è una ricchezza pari grosso modo al Pil di un Paese come l’Ungheria che gli italiani hanno accantonato dall’inizio della crisi per sentirsi più sicuri e far fronte alle spese impreviste: l’ultimo rapporto del Censis ha stimato in 114 miliardi il valore di questa liquidità aggiuntiva messa da parte dal 2007. Sono risorse sottratte agli investimenti, che hanno un’incidenza sul Pil bassa – il 16,6%, al di sotto del 19,5% della media Ue -, tornata ai livelli del dopoguerra.

Il Censis parla di un’Italia «rentier», che si limita a utilizzare le risorse di cui dispone «senza avere alcuna proiezione sul futuro», con il rischio di «svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia». Del resto come ci si può aspettare un comportamento diverso se il 63,7% degli italiani si aspetta dopo anni di taglio dei consumi una riduzione del tenore di vita, il 57% prevede che figli e nipoti non vivranno meglio, compresa quella quota del 60,2% di benestanti che si attende una discesa nell’ascensore sociale per le prossime generazioni. In questo quadro caratterizzato da grandi incertezze prevale chi vuole potenziare i propri risparmi (il 56,7%) e tagliare ancora le spese ordinarie per la casa e l’alimentazione (il 51,7%), rispetto a chi pensa ad investimenti di lungo periodo (il 22,1%). «L’immobilità sociale genera insicurezza, che spiega l’incremento dei flussi di cash» commenta il Censis, che considera come indice del grado di insicurezza il dato relativo al 36% degli italiani che tiene regolarmente contante in casa per le emergenze. Senza trascurare quegli 11 milioni di italiani che nel 2016 hanno dovuto rinunciare o rinviare alcune prestazioni sanitarie, soprattutto odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche.

I più penalizzati in questa situazione sono i giovani millennial: le famiglie con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1% rispetto al resto della popolazione. Il divario tra i giovani ed il resto degli italiani si è ampliato considerando che 25 anni fa i redditi dei giovani erano superiori del 5,9% alla media della popolazione e la ricchezza era inferiore del 18,5% alla media. La crisi ha ridistribuito la ricchezza perchè se da un lato i giovani rispetto a 25 anni fa hanno un reddito del 26,5% più basso di quello che avevano i loro genitori alla stessa età, dall’altro gli over 65 anni hanno aumentato il reddito del 24,3%. Tra il 2008 e il 2014 il reddito medio del totale delle pensioni è passato da 14.721 a 17.040 euro (+5,3%). Ma per 3,3 milioni di famiglie con pensionati le prestazioni pensionistiche sono l’unico reddito familiare, e per 7,8 milioni rappresentano il 75% del reddito familiare disponibile.

Le riforme del Jobs act che hanno incentivato il ricorso ai contratti stabili hanno fatto «fibrillare il mercato del lavoro», senza modificare in modo strutturale il quadro, visto che alla nuova occupazione creata ha corrisposto una bassa crescita economica. Secondo il Censis il «boom dei voucher» – 277 milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015 – è un segnale che la forte domanda di flessibilità e l’abbattimento dei costi «stanno alimentando l’area delle professioni non qualificate e del mercato dei “lavoretti”». Segno di debolezza la produttività che si è ridotta da 16.949 euro per occupato (I trimestre 2015) a 16.812 euro (II trimestre 2016); se fosse rimasta costante, nell’ultimo anno e mezzo il Pil sarebbe cresciuto dell’1,8%. Complice la crisi, è cresciuto il peso delle professioni non qualificate (+9,6% nel 2011-2015) e degli addetti alle vendite e ai servizi personali (+7,5%), in calo le figure intermedie esecutive, attive in ambito impiegatizio (-5,1%), gli operai, artigiani e agricoltori (-14,2%). Eppure la qualità delle risorse umane è uno dei fattori che rendono l’Italia più attrattiva nelle decisioni di investimento nel nostro paese, secondo un indagine condotta dal Censis tra un panel di responsabili di multinazionali e organizzazioni estere. In calo il flusso in entrata di investimenti diretti esteri: nel 2015 si è attestato a 11,7 miliardi, che sono 1,2 miliardi in meno del 2014 e 2,9 miliardi in meno del 2013.

In questo quadro anche le relazioni diventano sempre più fluide. In italia ci sono 4,8 milioni di single non vedovi (+52,2% tra il 2003 e il 2015), 1,5 milioni di genitori soli (+107% padri soli e +59,7% madri sole), 1,2 milioni di libere unioni (+108%), diminuiscono le coppie coniugate (-3,2%) e coniugate con figli (-7,9%), mentre nell’ultimo anno sono quasi 140mila i bambini nati fuori dal matrimonio (+59,9% in un decennio) che rappresentano il 28,7% del totale (erano il 15,8% un decennio fa).

Tra i fattori di successo il Censis evidenzia come l’Italia nel 2015 ha superato il 5% dell’export mondiale in 28 categorie di attività economica, alcune produzioni del made in Italy come i materiali da costruzione in terracotta (19,8%), i prodotti da forno e i farinacei (12,8%), le produzioni in cuoio (12,3%), le pietre tagliate (10%). Il saldo commerciale del made in Italy è stato di 98,6 miliardi di euro: più del manifatturiero nell’insieme (93,6 miliardi) e dell’export di merci complessivo (45,1 miliardi). All’estero ci apprezzano per l’alimentare, la moda, il design. In crescita anche il turismo: tra il 2008 e il 2015 gli arrivi di turisti stranieri sono aumentati del 31,2%, sono cresciute del 18,8% anche le presenze (i giorni di permanenza). Il tutto a vantaggio degli alberghi di lusso (+50,3% di arrivi dal 2008 negli hotel a cinque stelle) e degli esercizi extralberghieri (+ 32,5%), in particolare alloggi in affitto (+58,6%), bed and breakfast (+31,8%), agriturismo (+48,1%).

Sole24Ore(3-12-16)Censis

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