Il binomio disoccupazione – emigrazione: nel Nord Italia i fenomeni più intensi

In questo rapporto DATAGIOVANI ha esaminato l’andamento dell’emigrazione nelle realtà territoriali del nostro Paese congiuntamente ai problemi del mondo del lavoro, e quindi alla disoccupazione, in un confronto pre e durante la crisi. Innanzitutto sono stati analizzati i due aspetti separatamente, in seguito è stato esaminato il legame esistente tra i due fenomeni, evidenziando le situazioni e le aree geografiche maggiormente in difficoltà, a livello provinciale e regionale. I due indicatori di riferimento sono la variazione della disoccupazione e del numero degli iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’Estero, confrontando i valori relativi al 2008 e al 2012. Per poter effettuare la valutazione congiunta è stato calcolato un indicatore mediante l’utilizzo di rette di regressione tramite le quali i valori delle variazioni percentuali di emigrati e disoccupati sono stati tradotti in un punteggio.

Si è deciso di usare come metro dell’evoluzione della disoccupazione non tanto la variazione in termini assoluti dei disoccupati o del tasso di disoccupazione (differenza “secca” tra i due periodi) quanto piuttosto la variazione percentuale del tasso di disoccupazione. Il motivo risiede nel fatto che, come è noto, i livelli di disoccupazione sono estremamente differenti da Nord a Sud, ed allo stesso modo i cambiamenti nei tassi di disoccupazione.

disoccupazione

: è il Centro-Nord la parte del Paese che ha subito maggiormente l’effetto della crisi: a livello regionale le sofferenze maggiori si sono verificate in Emilia Romagna, in cui i disoccupati sono più che raddoppiati passando da circa 65 mila a 150 mila, ed in Lombardia, dove nel 2012 si sono superati i 346 mila disoccupati, con una base di partenza di poco più di 168 mila nel 2008. Quanto detto al livello regionale si traspone naturalmente a livello provinciale: un caso eclatante è Bologna in cui nell’arco di quattro anni il numero di disoccupati è triplicato, passando dagli oltre 10 mila del 2008 ai circa 33 mila del 2012. Stessa sorte hanno avuto città come Piacenza, dove i disoccupati sono quadruplicati e nel 2012 hanno toccato la soglia dei 9.800, La Spezia (disoccupati al 2008 pari a circa 4 mila e che nel 2012 superano i 10 mila) e Belluno che nel 2012 arriva ad avere oltre i 6 mila disoccupati contro i circa 2.300 di quattro anni prima.

Valutando l’emigrazione è interessante notare come, nonostante tendenzialmente sia aumentata in quasi tutte le regioni, sia soprattutto un fenomeno del Nord. In termini complessivi, il numero di iscritti all’Estero è aumentato nella crisi di quasi 500 mila unità: alla fine del 2012 risiedevano fuori dall’Italia oltre 4 milioni e 300 mila nostri connazionali. Le variazioni percentuali regionali più elevate si riscontrano infatti in Trentino alto Adige (in cui si supera il 25%) Lombardia, Piemonte (rispettivamente 22% e 20%) Liguria ed Emilia Romagna entrambe oltre il 19%.

Il binomio nell’analisi congiunta

. Calcolando un punteggio, in base alle variazioni percentuali osservate per l’emigrazione e per il tasso di disoccupazione, sia a livello provinciale sia a livello regionale, ed assegnado all’’Italia è stato il valore 100 si nota che, non solo le prime 5 posizioni sono occupate da regioni del Nord e le ultime da regioni Meridionali, ma la differenza di punteggio risulta essere decisamente elevata, si va infatti dai 223 dell’Emilia Romagna e 211 della Lombardia ai 13 del Molise e 12 della Puglia. Questa distinzione emerge anche a livello provinciale: infatti, delle 60 province che assumono un punteggio superiore a quello nazionale, ben 42 appartengono a regioni del Nord, 13 al Centro e solo 5 sono nel Meridione. Emblematici sono i casi di Bologna e Lodi. Il capoluogo di regione emiliano assume il punteggio più alto (201), ha la seconda variazione percentuale di tasso di disoccupazione più alta d’Italia (dietro a Piacenza) e un considerevole aumento dell’emigrazione (variazione di oltre il 24%). Lodi, terza per punteggio, è terza anche per emigrazione ed ha una variazione percentuale del tasso di disoccupazione che sfiora il 130%.

In conclusione emerge un forte legame tra l’aumento della disoccupazione e l’emigrazione: le province del Centro-Nord, che sono quelle che hanno risentito maggiormente della crisi, sono anche quelle da cui si è intensificato il flusso emigratorio. Tolte alcune province che favoriscono l’emigrazione, a causa della propria posizione geografica, sono molte comunque le realtà dove i due fenomeni sono concomitanti. Si può pensare quindi che in questi territori la scarsità di lavoro e la crisi abbiano influito pesantemente sulla scelta di espatriare

 

La spesa italiana nelle politiche per il lavoro: tutto (o quasi) in quelle passive

 

Nel 2011 il nostro Paese ha speso quasi 27 miliardi di euro in politiche per il mercato del lavoro, di cui circa 21,5 miliardi in politiche passive, pari all’80% delle spese complessive destinate al mercato del lavoro. Escludendo la Romania, è il Paese europeo con lo sbilanciamento più forte in questo senso.

 

Datagiovani

ha esaminato i dati Eurostat relativi alla spesa pubblica nelle politiche per il lavoro in Italia a confronto con i Paesi europei, evidenziandone le diversità sia staticamente, guardando agli ultimi dati disponibili relativi al 2011, sia in chiave dinamica, esaminandone i mutamenti prima della crisi (anno 2008) e durante la crisi.

In sintesi:

 

Il disequilibrio italiano nella distribuzione delle risorse: tutto (o quasi) in politiche passive

. Dei 27 miliardi di euro spese in politiche per il mercato del lavoro in Italia nel 2011, l’80% se ne è andato in politiche passive. Per fare un esempio, la Francia, che ha un tasso di disoccupazione molto simile al nostro, destina solo il 56% delle risorse in politiche passive. L’Italia, tra i Paesi maggiori, è uno di quelli che in generale spende meno nel complesso in politiche del lavoro rispetto al PIL: solo l’1,7%, rispetto ad una media europea superiore al 2%.

Scarsissime risorse ai servizi per l’impiego

. Nella classifica delle risorse destinate ai servizi l’impiego in percentuale rispetto al PIL, l’Italia è penultima, assieme a Cipro e Romania, lasciandosi dietro solo la Grecia. In Italia si spendono nei servizi pubblici per il collocamento meno di 240 euro per disoccupato, contro i quasi 6 mila di Danimarca ed Olanda, i 3.600 della Germania ed i 2.200 della Francia. Non può essere un caso che in Italia nel 2011 solo il 32% dei disoccupati si è rivolto ai centri per l’impiego, il dato più basso dell’UE a 27.

Nella crisi l’Italia ha puntato solo sul sostegno ai redditi

. Dopo il 2008, a fronte di un incremento medio annuo del 23% nelle spesa in ammortizzatori sociali, i servizi per l’impiego hanno registrato un -10% nelle somme investite, le politiche attive -6,4%, mentre negli altri Paesi le strategie di risposta alla crisi sul fronte occupazionale hanno seguito di più un mix di interventi.

Le politiche attive: tutte le misure in calo di spesa, soprattutto gli incentivi alle start-up

. L’Italia spende in termini relativi rispetto ai principali Paesi europei meno in politiche attive, e tutte le attività appaiono in calo dal 2008 al 2011. Nel complesso la variazione media annua è stata del -6,4%. I circa 4,8 miliardi di euro spesi dall’Italia in politiche attive nel 2011 si sono sostanzialmente equidistribuiti in attività di formazione ed incentivi all’occupazione. Anche in questo caso gli altri Paesi principali tendono ad utilizzare maggiormente un mix di interventi, spendendo quote consistenti nella creazione diretta di posti di lavoro attraverso mansioni di pubblica utilità o con consistenti incentivi alle start-up.Datagiovani Spesa-politiche-lavoro-Europa-maggio-2013Adapt Accordo rappresentanza 08 giugno 2013Datagiovani EMIGRAZIONE-E-DISOCCUPAZIONE-PROVINCE-ITA