Il blocco della mobilità e le radici del rancore

Nell’immediato non ci si può non interrogare sul riflesso che questo risentimento può avere sugli esiti della competizione elettorale

Rancore e blocco della mobilità sociale. Nel giorno in cui l’Istat ha rivisto al ribasso di un decimale le stime del Pil per il terzo trimestre (+0,4% sul secondo e +1,7% su base annua) arriva dal Rapporto annuale del Censis, presentato per la prima volta da Giorgio De Rita, un potente segnale d’allarme. C’è uno stretto nesso causale tra l’ascensore sociale che ha smesso di andare verso l’alto e il profondo sentimento di deprivazione che anima la nostra società, dice il Censis. E aggiunge: «Il blocco non è solo un dato oggettivo ma è anche un’atmosfera percepita, crea rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale». L’ascensore fermo è anche una componente costitutiva «della psicologia dei millennials», permeata dalla convinzione che le opportunità di crescere socialmente sono poche. Sia sui padri che sui figli incombe il rischio della retromarcia sociale e così il rancore ha potuto/saputo mettere radici nella composizione sociale del Paese e nella sua psicologia collettiva tanto da diventare «un sottofondo emotivo continuamente sollecitato da imprenditorie politiche dedicate». Stando così le cose «non bastano gli appelli a parole per sciogliere i grumi rancorosi», deve entrare in gioco il fluidificante sociale per eccellenza. Ovvero la possibilità di migliorare effettivamente la propria condizione socio-economica, di realizzare i propri progetti di vita.

Non è certo la prima volta che si leggono analisi di questo tenore e solo per fare un esempio Aldo Bonomi ha parlato sovente delle «comunità del rancore», colpisce però che il Censis operi una sorta di riduzione della complessità e «scommetta» sull’ambo secco rancore-mobilità. Accettiamola come ipotesi di lavoro e proviamo a trarne le conseguenze sia di breve che di lungo periodo. Nell’immediato non ci si può non interrogare sul riflesso che questo risentimento può avere sugli esiti della competizione elettorale. Mi è capitato di chiedere di recente a una sondaggista attenta come Alessandra Ghisleri quale potesse essere secondo lei la issue decisiva (capace cioè di spostare voti) della prossima campagna elettorale e la risposta che ho avuto si può sintetizzare in una parola-chiave, «periferie». Intese sia come luoghi fisici sia come auto-percezione della propria condizione sociale. Ma se questo è il mood prevalente del Paese è assai difficile che possa cambiare nel giro di 90 giorni e che nello stesso periodo possano dispiegarsi convincenti iniziative di «fluidificazione sociale». La partita quindi finirebbe per giocarsi solo sui messaggi capaci di intercettare, o se preferite intermediare, la rabbia. Non è una prospettiva incoraggiante.

 

Spostiamoci adesso sul medio periodo. Come si possono ricercare le condizioni di un ciclo di mobilità sociale? La chiave in questo caso non si trova esclusivamente nei cassetti della politica, anzi. Occorre una ricognizione sui mutamenti della struttura economica e sulla loro interazione con i modelli di riorganizzazione delle imprese. Stiamo assistendo purtroppo a una configurazione di un terziario italiano low cost nel quale molte attività professionali vengono trattate come delle prestazioni indifferenziate e questo avviene persino a Milano. Un quarto dei professionisti ha commesse certe e margini interessanti mentre gli altri tre quarti trovano spazi di mercato ristretti e con i loro redditi faticano persino a finanziare le spese per aggiornare le competenze.

E’ chiaro che in queste condizioni più che un ascensore all’orizzonte intravediamo un montacarichi. Vanno nella stessa direzione le discontinuità operate dalle multinazionali e dalle imprese medio-grandi che ristrutturandosi sono diventate più snelle e piatte ma nel contempo hanno tagliato diversi «piani alti», hanno abolito alcune fermate dell’ascensore. So bene che nel campo dell’economia moderna esistono anche i cento fiori e le filiere ad elevato valore aggiunto promettono impieghi ad alta professionalità, dobbiamo solo interrogarci sulla quantità di occasioni che saranno in grado di produrre.

Non possiamo permetterci di riposizionare in alto e con successo il sistema delle imprese ma di restringere drasticamente gli accessi. Riflessioni di questo tipo riguardano mutatis mutandis anche le pubbliche amministrazioni e la loro capacità nel medio periodo di saper/poter attrarre i migliori talenti. Alla luce però dell’allarme suonato dal Censis la domanda finale è doverosamente tranchant: il rancore ci concederà il tempo necessario per organizzare questi percorsi?

http://www.corriere.it/opinioni/17_dicembre_02/blocco-mobilita-rancore-societa-dccb2048-d6d9-11e7-8996-59f0a2474e5e.shtml

Corriere(2-12-17)CENSIS_DiVico