Il dialogo di Francesco che si rivolge alla gente

Il pontefice può essere considerato il primo Papa autenticamente conciliare: con la sua azione, ridisegna i rapporti tra politica e religione

Lo stile di Francesco ormai lo conosciamo. Diretto e senza fronzoli, il Papa ama tradurre in parole i pensieri che la sua persona elabora nel momento in cui si confronta con la situazione concreta che ha davanti: che sia un gruppo di giornalisti o di semplici fedeli, la messa mattutina a Santa Marta o un incontro in piazza San Pietro, Bergoglio pensa che sia sempre necessario correre il rischio di un dialogo aperto, di cui non conosce già in partenza l’approdo finale.

Per questo, più che il pensiero scritto, Francesco ama la parola viva, espressione di quella unità della persona che la cultura occidentale moderna, con tutti i suoi meriti, tende a spezzare. Già questo è un primo elemento da sottolineare, dato che molti dei nostri problemi derivano dall’avere separato i diversi aspetti della nostra persona. Operazione che produce straordinari risultati in termini di efficienza ed efficacia, ma che non può che presentare un costo elevato in termini di frammentazione personale e sociale.

Per questa sua opzione di fondo, Francesco si sente di parlare di tutto — anche di temi che hanno un evidente risvolto politico — a partire dal contenuto universale del messaggio cristiano: e cioè che, in quanto creatura prediletta da Dio, la vita di ogni essere umano ha una dignità che non può essere cancellata. Da qui la centralità della misericordia che per Francesco è un termine teologico (che definisce Dio) ben prima di essere sociologico o politico.

Ecco perché gli interventi del Papa, che si mantengono nell’alveo di un discorso religioso, delineano con nuova efficacia il ruolo del cristianesimo nell’epoca nuova che stiamo vivendo. Quello che dice Francesco, infatti, non può essere trasposto immediatamente all’interno degli schieramenti partitici che ruotano intorno al consenso elettorale. Piuttosto, Francesco rivendica il pieno diritto delle Chiese (cristiane e non) di esprimere il proprio giudizio a proposito dei fatti che riguardano la vita insieme. Nell’ipotesi che tale giudizio — che si articola in un contesto costituito da una pluralità di ambiti istituzionali (quello politico certo, ma anche quello tecnico, economico, artistico) — possa completarsi proprio grazie al contributo delle diverse prospettive.

Da questo punto di vista, papa Francesco può essere considerato il primo Papa autenticamente conciliare che, con la sua azione, ridisegna, in un mondo globalizzato, i rapporti tra politica e religione. Superando lo schema degli ultimi secoli, papa Francesco ritiene infatti che la voce delle religioni sia essenziale. E che perciò tale voce debba essere espressa in maniera chiara e riconoscibile direttamente alle persone comuni, senza con questo pretendere di determinare l’ordine della vita sociale. Una tale impostazione — se riconosciuta e valorizzata — può aprire una stagione nuova nella secolare querelle del rapporto tra i vari poteri presenti nella vita sociale.

Nelle condizioni storiche nelle quali viviamo è come se dovessimo aggiornare la mappa tracciata da Montesquieu. Il tema della divisione del potere oggi non riguarda più solo l’architettura dello Stato — che, beninteso, rimane un’infrastruttura fondamentale della vita sociale. Esistono infatti poteri globali (tecnici, economici, politici e religiosi) che agiscono autonomamente e disordinatamente. E il problema che abbiamo di fronte è come riconoscere l’autonomia delle diverse sfere, trovando nel contempo il modo di stabilire una relazione proficua tra prospettive che nell’insieme rendono l’umanità più ricca.

In questa cornice Francesco, nello spirito più autentico del concilio Vaticano II, dialoga con la cultura contemporanea senza cedere né al senso di superiorità né a quello di inferiorità che ha spesso caratterizzato il rapporto delle religioni col mondo. Come capo della Chiesa cristiana più importante, Francesco parla in modo schietto e comprensibile su ciò che accade nel mondo. Ma, sull’esempio del suo fondatore, affida questa parola alla libertà di chi vuole ascoltare, nella convinzione che le parole pronunciate abbiano la forza di interpellare in profondità l’esperienza umana. Nessuna subalternità e nessuna superiorità dunque. Ma la volontà e la capacità della Chiesa — e delle chiese — di stare nella sfera pubblica, di cui viene riconosciuta la pluralità istituzionale.

Non a caso tale proposta viene da un papa sudamericano, cioè da quel continente in cui la Chiesa ha maturato la propria posizione su questi temi superando le gravi ferite dovute ai ripetuti tentativi di alcuni settori dell’episcopato di stabilire alleanze pericolose (spesso finite in disastri) col potere politico antidemocratico.

Che poi nella Chiesa ci sia qualcuno che storca il naso è normale, dato che i cambiamenti istituzionali fanno sempre paura e suscitano resistenze. Ma al di là di quelle posizioni, ciò che conta è che, dopo cinquant’anni, Francesco stia traducendo nella sua azione quotidiana ciò che il concilio aveva delineato come posizione ufficiale della Chiesa cattolica. Nel lento e faticoso procedere della carovana umana, questa non può che essere una buona notizia.

http://www.corriere.it/opinioni/17_settembre_22/dialogo-francesco-che-si-rivolge-gente-ea846746-9edd-11e7-8e38-5c41d07827be.shtml

Corriere(23-9-17)Magatti