Il rinvio dello ius soli è una sconfitta per i cattolici

Francesco aveva firmato, in modo insolito per il papa, un appello per la cittadinanza ai bambini. Il Presidente e il segretario della Cei sono intervenuti pubblicamente

Il rinvio della legge sullo ius soli è una sconfitta non solo per il premier Paolo Gentiloni o per Matteo Renzi, ma anche per la Chiesa, la sua leadership e i soggetti cristiani del paese. Su questo bisognerebbe riflettere. Ma, prima di addentrarsi nella questione, un’osservazione non solo lessicale: perché parlare di ius soli? La legge non tratta di ius soli com’è invalso dire, ma piuttosto di ius culturae. Riconosce la cittadinanza al bambino che ha seguito cinque anni di scuola o al nato, figlio di straniero se possiede un lungo permesso di soggiorno. Parlare di ius soli amplifica la portata della legge. E’ la terminologia inappropriata imposta dagli oppositori nel dibattito.

Al di là di questa precisazione, il mondo cattolico teneva molto all’approvazione della legge. Francesco aveva firmato, in modo insolito per il papa, un appello per la cittadinanza ai bambini. Il presidente della Cei, card. Bassetti, e il segretario, mons. Galantino, ne hanno parlato pubblicamente. Quest’ultimo ha denunciato «gazzarre ignobili in aula». E’ pure intervenuto il Sostituto della Segreteria di Stato, Angelo Becciu. Si è sentita con chiarezza la parola del card. Bagnasco. L’Avvenire ha puntualmente insistito, parlando correttamente di ius culturae.

 

Ne sono nate polemiche, ad esempio con la Lega che raccomandava ai vescovi di occuparsi degli italiani poveri e non degli stranieri. Non sono state solo posizioni di vertice, ma c’è un «popolo» cospicuo di cattolici (e non) in favore, che tra l’altro hanno sostenuto in questi anni una parte importante dell’integrazione e dell’accoglienza. Tuttavia non ha significato molto come ricadute concrete sulla volontà del legislatore e anche come mobilitazione.

Sono lontani, anche per scelta della Chiesa, i tempi in cui il card. Ruini, teneva sul tavolo la mappatura dei parlamentari e li seguiva sulle leggi «calde» per la Cei. Dal 2011, Benedetto XVI, anche forte di un rapporto con il premier Mario Monti (da lui molto stimato), aveva lasciato cadere alcuni aspetti della costruzione ruiniana che esercitava un’influenza diretta sulla politica, dopo la fine della mediazione della Dc. Papa Francesco ha inaugurato una nuova stagione, convinto che la Chiesa non è un partito politico e che un partito cattolico non è necessario, ma invitando i cattolici a impegnarsi in politica. La domanda, però, non riguarda il modello dei rapporti tra Chiesa e politica, bensì questioni concrete come una legge così a cuore ai cattolici e al papa. Il distacco da quelli che venivano chiamati «i giorni dell’onnipotenza» (alludendo a Pio XII) porta al tempo dell’irrilevanza? Assai spiacevole, quando si tratta di bambini e vite umane. Forse la parola e l’impegno dei cattolici restano solo una mera esortazione o una testimonianza?

Non tutti i cattolici poi sono d’accordo con le priorità della Cei. Non solo i tradizionalisti, che vedono all’orizzonte un’invasione islamica. Spesso quei cattolici che, in passato, facevano volentieri riferimento alla Cei o che si spendevano in difesa dei «valori non negoziabili»: sono, con l’appoggio di taluni ecclesiastici, cristallizzati nella critica al papa, accusando la Chiesa di deriva sociale. Se ne potrebbe parlare come nuovi «cattolici adulti», anche se non gradirebbero questa definizione che fu applicata piuttosto ai cattolici democratici. In passato era stata richiesto dalla Chiesa, in qualche modo, a tutti di difendere e farsi carico di alcune posizioni cattoliche. Ma si potrebbe dire oggi con don Milani (pur in altro senso): «l’obbedienza non è più una virtù». Che sta succedendo? Certo si verifica un’assenza di comunicazione tra cattolici, accompagnata dalla mancanza di dibattito che non sia quello insultante e polemico. Al convegno ecclesiale di Firenze, fu lanciata la proposta di metodo «sinodale», ma poco è avvenuto, anzi la frammentazione si è cristallizzata e nel mondo cattolico non c’è confronto.

Da un punto di vista politico, la vicenda della legge sulla cittadinanza si è misurata con Ap di Angelino Alfano, il quale ne ha ottenuto il rinvio. Gran parte dei suoi parlamentari è contrario non solo per questioni di principio ma per vicinanza alla destra. Non si capisce come Ap possa accreditarsi quale centro di ispirazione cattolica, quando non ha sintonia con il sentire di questo mondo. Si discute ancora sull’idea di un centro, in cui sarebbe più forte la presenza politica dei cattolici, ma non se ne vedono la realizzazione e l’identità culturale. Lo scarso rilievo sulla legge per la cittadinanza — non la sconfitta che presuppone una vera battaglia combattuta — potrebbe far meditare i cattolici sulla cultura della mediazione (risalente a Montini), che si poneva il problema dei contenuti, dei metodi e delle collaborazioni necessarie per cambiare la società. Non per contare confessionalmente, ma per evitare diritti infranti e delusioni di una parte, non così minoritaria del paese. Se non c’è una cultura, variegata certo, di carattere sociale e politico, i cattolici e la Chiesa restano confinati alla categoria dell’esortazione o della testimonianza.

http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_21/rinvio-ius-soli-9555947a-6d5f-11e7-8b64-8c2227f4edc4.shtml

Corriere(21-7-17)RICCARDI