In ricordo di Luciano Tavazza, presidente del Movi

Intervista a Luigi BOBBA

(già Presidente delle ACLI, e portavoce del Forum del Terzo Settore, parlamentare e Sottosegretario al Ministero delle Politiche sociali e del lavoro nell’ultima legislatura)

In quale circostanza ha conosciuto Luciano Tavazza e che tipo di esperienza avete condiviso?

Non ricordo esattamente il momento in cui lo ho conosciuto, era sicuramente la metà degli anni ’80 quando io ero impegnato nelle ACLI e lui aveva dato vita a questa esperienza così originale nel mondo del volontariato del nostro Paese. Certamente mi fece molto piacere il fatto di scoprire che oltre che essere un dirigente della Rai era stato anche un dirigente amministrativo delle ACLI nel campo della formazione professionale. Insomma c’era una radice che ci accomunava e forse questo ha anche facilitato un’intesa e un lavoro comune.

Della figura di Tavazza c’era un aspetto che l’ha particolarmente impressionata o di cui conserva un vivo ricordo?

Direi sostanzialmente due cose. La prima è che era una persona molto capace di ascoltare, di cogliere dalla realtà degli elementi che poi trasformava in azioni progettuali e questo ascolto ha consentito di cogliere quel cambiamento che il mondo del volontariato, che l’azione volontaria stava conoscendo nel nostro Paese a cavallo dagli anni ’70 e ’80. La seconda cosa è che era un uomo molto preparato, cioè di fronte ai temi, alle scelte, alle discussioni, ai confronti non arrivava mai con qualche orientamento un po’ generico o superficiale, ma sempre molto approfondito, motivato nelle sue convinzioni e capace anche di indicare una prospettiva.

Quindi aveva anche vision e capacità di innovazione? 

Assolutamente sì, direi che forse questa era la sua capacità migliore, forse sperimentata nel mondo delle ACLI, della formazione professionale, poi nel ruolo di dirigente della RAI, certamente sapeva cogliere gli elementi che non solo davano soluzione ai problemi del presente ma cercavano di intravvedere una prospettiva, un orizzonte, forse questo era il suo tratto più caratteristico, più evidente.

Che cosa ha rappresentato Luciano Tavazza per il volontariato organizzato in Italia e quali sono stati i meriti maggiori della sua opera?

Direi che, da un lato, ha saputo mantenere la radice profonda del mondo del volontariato che è una radice di gratuità, un’azione volontaria basata sul dono, sulla gratuità. Questa radice non l’ha mai smarrita, ma non si è fermato alla radice, dalla radice sono sorti dei frutti. Direi che i frutti principali sono, da un lato, l’aver riscoperto, rivitalizzato il principio di sussidiarietà, ovvero quello di far sì che dall’azione volontaria ne nascesse una responsabilità nuova delle organizzazioni società civile nella capacità di rispondere ai nuovi bisogni che assillavano la mente, l’orientamento di Luciano. La terza cosa è quella di aver trasformato l’azione volontaria, basata su una dimensione di spontaneità, di gratuità, in una dimensione anche progettuale, cioè di organizzare l’azione volontaria in vista della soluzione strutturata di problemi, di risposta di bisogni in modo non occasionale, non improvvisato. Il quarto, ed ultimo, di aver fatto del volontariato anche un’esperienza politica nel senso forte della parola, non certo nel senso di parte, di partito, ma nel senso di cogliere dai bisogni a cui si cercava di dare una risposta, anche nell’immediato, le radici, le cause e trovare delle soluzioni che avessero poi anche un orizzonte normativo e legislativo. Non a caso è considerato tra i padri della legge 266 del volontariato.

E’ per questo che quando si parla di Luciano Tavazza lo si accosta al concetto di volontariato moderno?

Assolutamente sì, perché colse in quel frangente, in quel passaggio tra gli anni ’70 e ’80, da una lato, una domanda che veniva soprattutto dalle generazioni giovani di uscire da una certa visione un po’ datata, un po’ retrò, di volontariato, che conservava certamente un’anima bella ma che aveva bisogno di trovare delle forme di espressione innovative, che andassero incontro ad una domanda giovanile di impegnarsi nel sociale, di prendersi a cuore i cittadini più deboli, di trovare delle risposte  innovative, di indicare anche un orizzonte alla politica. Questa è stata la sua forza e l’originalità della sua azione.

Quanto è cambiato il volontariato da quello della fine degli anni ’90 che Tavazza vedeva nella transizione?

E’ un fenomeno in continuo mutamento. Intanto l’ISTAT ci informa che ci sono più di 5,5 milioni di volontari in Italia. Di questi, per esempio, 1,7 milioni sono volontari di tipo individuale. Questo è certamente un fenomeno che sfuggiva a quell’orizzonte che diede poi vita a quella legge che riconosceva in modo specifico le organizzazioni di volontariato e non è un caso che nella Riforma del Terzo settore abbiamo voluto mettere al centro, oltre che le organizzazioni, anche la figura del volontario in modo da qualificarlo anche sul piano normativo perché i volontari sono una risorsa essenziale, indispensabile di queste organizzazioni. E poi un po’ sull’onda dello spirito dei tempi e delle mutevoli transizioni che stiamo vivendo prende anche forma un volontariato occasionale. In fondo il volontariato a cui si riferiva Luciano Tavazza era un volontariato strutturato, su ragioni forti, che dava un senso anche di militanza volontaria, che poteva durare anche tutta la vita. Oggi siamo di fronte a dei fenomeni più leggeri, diciamo mutevoli, non bisogna demonizzarli neppure santificarli, però prendere atto che il modo di esprimersi, di manifestarsi dell’azione volontaria cambia e bisogna saperla interpretare ed il compito delle organizzazioni è di cogliere queste domande e di saperle trasformare in volontariato organizzato, motivato e anche durevole nel tempo.

C’è qualcosa dell’insegnamento, dell’ispirazione di Luciano Tavazza che considera ancora oggi attuale?

La capacità di cogliere i segni dei tempi, insomma di non pensare che le soluzioni trovate una volta siano valevoli per sempre e allo stesso tempo, la capacità di conservare i valori originari dell’azione volontaria, della presenza del volontariato nel nostro Paese che ha radici antichissime, nel Medio evo, di conservare quelle radici ma sapendole innestarle su delle piante nuove, capaci di dare dei frutti nuovi. Lui ha avuto questa forza e questa intuizione e dobbiamo saper attingere da quella lezione.

Cosa direbbe oggi Luciano Tavazza in particolare ad un giovane orientato a fare volontariato?

Che può trovare in una esperienza di volontariato delle ragioni belle per la sua vita, per fare migliore la vita personale e migliorare la vita degli altri, insomma una ragione semplice ma che può dare un orientamento, una direzione alla sua vita.

Ha un aneddoto da raccontare per dare un’idea di chi era l’uomo Tavazza?

Mi è venuto in mente quella sera in cui l’ho incontrato alla Stazione Termini, era forse la metà degli anni ’80, in attesa di prendere il treno, una cuccetta, per andare in una località del Mezzogiorno perché aveva un incontro con le nuove realtà del volontariato di quel territorio. Mi ha colpito che un uomo già pur avanti negli anni avesse questa disponibilità semplice, ma direi straordinaria, di prendersi carico anche di territori deboli, di situazioni che certo non erano a la page, per dargli quelle motivazioni, quella linfa, quell’orientamento, che lui sapeva dare. Ecco in questo era veramente un volontario nel senso che sapeva dedicare le competenze, la passione, il cuore, le capacità di cui era portatore a tutti, in particolare a coloro che più facevano fatica a strutturarsi, a prendere una direzione. E’ un ricordo bello che mi sono sempre portato dentro e un esempio che credo valga sempre la pena seguire.