Intervento del Sottosegretario di Stato On. Luigi Bobba al “Social Economy, an enterprise model for the future of Europe” di Madrid

INTERVENTO SOTTOSEGRETARIO DI STATO ON. LUIGI BOBBA

Social Economy, an enterprise model for the future of Europe

Madrid, 23 maggio 2017

La Conferenza di oggi cade in un momento importante per il futuro dell’Europa. La Commissione Europea ha da poco lanciato il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, un’iniziativa che il Governo Italiano sostiene con forza, con l’obiettivo di costruire un’Europa Sociale in grado di promuovere la coesione e la convergenza, di combattere la disoccupazione e l’esclusione sociale, di sostenere i diritti dei cittadini e le pari opportunità. Siamo convinti che solamente attraverso la costruzione di una integrazione sociale Europea che abbia pari dignità con quella economica e monetaria sia possibile ricostruire un senso di appartenenza più forte e una identità europea più profonda.

L’Italia ha da sempre sostenuto il ruolo dell’economia sociale come fattore di crescita economica e sociale per l’Europa. Basti a tal fine ricordare come durante il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea nel 2014 abbiamo posto il tema dell’economia sociale e del suo potenziale al centro del dibattito politico europeo. Attraverso una consultazione pubblica sono stati raccolti i contributi di tutti gli attori di quel plurale e variegato mondo che è l’economia sociale ed è stata lanciata una Strategia che mira a rendere l’Economia Sociale protagonista per la crescita in Europa.

Negli ultimi dieci anni è cresciuta, nell’ambito delle istituzioni comunitarie, la consapevolezza dell’importanza dell’economia sociale, come motore di inclusione e benessere sociale, ma anche come generatore di ricchezza e di occupazione. Questa crescente consapevolezza ci ha consentito di trovare un terreno comune per lo scambio di esperienze e la definizione di strategie politiche in grado di liberare tutto il potenziale di questo fondamentale settore delle nostre economie. Il risultato del lavoro svolto dalla Commissione Europea, dagli Stati Membri e dagli attori dell’economia sociale in questi anni ci consente di essere qui, oggi, a sottoscrivere una Dichiarazione che rappresenta un ulteriore passo in avanti per un mercato sociale unico europeo.

L’esperienza italiana in tema di economia sociale è l’esperienza di un Paese nel quale solidarietà e sussidiarietà fanno parte di valori comuni acquisiti e condivisi. Le oltre 12 mila cooperative sociali, cui si aggiungono le circa 1300 imprese sociali, occupano più di 540 mila addetti, coinvolgono 45 mila volontari e generano un valore della produzione che si attesta attorno ai 10 miliardi di euro annui.

Tuttavia, il Governo italiano ha di recente sentito la necessità di riformare profondamente il cosiddetto Terzo Settore, con l’obiettivo anche di valorizzare lo straordinario potenziale di crescita e occupazione insito nelle attività svolte nell’ambito dell’economia sociale.  Il testo della Riforma nasce da una consultazione pubblica che ha visto la partecipazione di tutti gli attori coinvolti, una consultazione che ha consentito di costruire un testo e un percorso condiviso con chi quotidianamente opera in questo universo e che in Italia può contare sull’apporto di ben 6 milioni di volontari, circa il 10% della popolazione residente.

La Riforma del Terzo settore, avviata con la legge delega 6 giugno 2016 n.106 “ Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale”  e che si appresta ad essere pienamente attuata con i decreti legislativi da poco approvati dal Consiglio dei Ministri, va anche a supporto di una fioritura all’interno del non profit di nuove forme di imprenditorialità, che sempre di più attraggono capitale umano tra le nuove generazioni. In questo senso, i millennials, che hanno espresso una propensione maggiore delle generazioni precedenti all’ imprenditorialità sociale e alla fruizione della sharing economy ricercano sia nella quotidianità che nell’ambito lavorativo risposte in cui la relazione e la socialità siano fondative. Parlare di sociale in ambito imprenditoriale non significa solamente far riferimento agli ambiti di attività in cui può operare l’impresa (es. welfare, solidarietà), ma significa, altresì, la capacità dell’imprenditore di produrre innovazione sociale ovvero generare soluzioni nuove, più efficaci, efficienti e giuste di quelle esistenti, in risposta a problemi di natura sociale. In questo senso sono soprattutto le giovani generazioni a richiedere che l’imprenditorialità sia un percorso ibrido, ossia mosso dalla ricerca di una produzione di valore sociale e, al contempo, orientato dalla “socialità”.

La riforma si basa su una serie di macro obiettivi: dare identità e visibilità alle organizzazioni che, a vario titolo, operano nel terzo settore, agevolare la costituzione e la diffusione dei soggetti operanti nell’ambito della c.d. economia sociale, favorendo anche l’accesso ai finanziamenti pubblici e privati, e valorizzare le esperienze di volontariato e di lavoro delle persone che operano nell’ambito del terzo settore. La riforma italiana si muove, quindi, lungo le stesse linee guida della Social Business Initiative lanciata dalla Commissione Europea nel 2011 e le cui priorità rimangono ancora attuali.

Entrando nel dettaglio della riforma , la nuova disciplina sull’impresa sociale – che pone il modello di imprenditoria sociale italiano tra i più avanzati a livello europeo – prevede, oltre che un allargamento dei settori di attività in cui possono operare le imprese sociali, anche la possibilità di ripartire, seppure in forma limitata gli utili di gestione, nonché l’introduzione di misure fiscali agevolative per chi investe nel capitale sociale delle imprese sociali e una defiscalizzazione degli utili interamente reinvestiti in impresa.

Ecco, dunque, perché credo sia necessario creare e promuovere un ecosistema favorevole allo sviluppo e alla proliferazione di una nuova generazione di imprese e di imprenditori sociali, con l’obiettivo, da un lato, di far nascere un vero e proprio “polo” di imprese sociali più ampio, più variegato e differenziato di quello attuale,  dall’altro lato di fare in modo che questa spinta trovi effettivamente la capacità di individuare soggetti in grado di interpretare – a partire da una finalità sociale – l’obiettivo di produrre e generare ricchezza- intesa nel senso di generare valore condiviso.

Un altro importante tassello della Riforma del Terzo settore, introdotta in Italia, è costituito anche dalla revisione del Servizio Civile. Con un decreto legislativo entrato in vigore in aprile abbiamo introdotto in Italia il Servizio Civile Universale, che permetterà a tutti i giovani che lo desiderano di poter intraprendere – anche in uno degli Stati Membri dell’Unione Europea – questa importante esperienza “volontaria” di indubbio valore formativo e civile in grado di dare loro competenze utili a migliorare la propria occupabilità.  Il decreto prevede, tra le altre cose, anche l’ampliamento degli ambiti nei quali i giovani possono svolgere il Servizio civile ricomprendendovi anche i seguenti settori: dell’assistenza, della protezione civile, del patrimonio ambientale e della riqualificazione urbana, del patrimonio storico, artistico e culturale, dell’educazione e promozione culturale e dello sport, dell’agricoltura  in  zona  di  montagna,  agricoltura   sociale   e biodiversità, della promozione della pace tra i popoli, della  nonviolenza  e  della difesa  non  armata,  della promozione  e   tutela   dei   diritti   umani, della cooperazione  allo  sviluppo, della  promozione  della   cultura   italiana all’estero e del sostegno alle comunità di italiani all’estero. Con questo provvedimento non abbiamo dato solamente una importante opportunità di crescita civile e professionale ai nostri giovani, ma abbiamo anche implicitamente riconosciuto il ruolo e il valore di alcune attività nel migliorare il benessere delle nostre comunità.

Confidiamo che l’esperienza italiana nell’ambito del Servizio Civile possa fornire ai nostri partner europei spunti di interesse, anche nell’ottica di promuovere e potenziare l’esperienza del Corpo Europeo di Solidarietà.

Un tema di particolare rilevanza quando parliamo di economia sociale è quello dell’accesso ai finanziamenti. Devo, qui, rammentare l’importante ruolo giocato dal Programma per l’occupazione e l’Innovazione Sociale della Direzione Generale dell’Occupazione della Commissione Europea nel sostenere l’imprenditoria sociale e l’innovazione sociale nel nostro paese. L’Italia ha di recente messo a disposizione risorse nazionali per 200 milioni di euro destinandole al finanziamento agevolato dei programmi di investimento intrapresi da imprese operanti nell’economia sociale. Uno degli elementi di maggiore novità dell’intervento è dato dalla previsione di selezionare tali  programmi in funzione soprattutto dell’impatto socio-ambientale degli stessi, valutando la sussistenza di potenziali ricadute positive con riferimento ad almeno uno di questi obiettivi: incremento occupazionale di categorie svantaggiate; inclusione sociale di soggetti vulnerabili; raggiungimento di specifici obiettivi volti alla salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente, del territorio e dei beni storico-culturali.  Ad integrazione dei finanziamenti agevolati, sono stati messi a disposizione delle imprese che presentano programmi nell’ambito dell’economia sociale 23 milioni di euro in termini di contributi non rimborsabili a copertura di una quota delle spese ammissibili.

Queste misure, assieme alle agevolazioni fiscali previste dalla Riforma, ci auguriamo contribuiranno a creare una nuova generazione di imprese sociali, favorendo al contempo la trasformazione in forma di impresa di quegli enti non profit cosiddetti “market oriented”, caratterizzati cioè dal fatto di ricavare la maggior parte delle risorse economiche attraverso scambi di mercato.

Tuttavia, occorre anche promuovere l’investimento privato nell’economia sociale e facilitare l’accesso a fonti di finanziamento alternative a quelle pubbliche o comunitarie. A tal fine, nel testo di legge delega della riforma del Terzo Settore – oltre alle agevolazioni fiscali per gli investimenti nel capitale sociale delle imprese sociali accennate prima – abbiamo voluto introdurre strumenti di finanza sociale – sulla falsariga dei social bonds – volti ad agevolare l’accesso al credito per gli enti di terzo settore. Le trasformazioni sociali di lungo periodo (invecchiamento della popolazione, incremento delle persone non autosufficienti, flussi migratori), unitamente alla riduzione della capacità di spesa degli enti pubblici fanno sì, infatti, che con l’emergere di nuovi bisogni sociali si aprano spazi atti a soddisfare servizi non coperti economicamente, anche tramite l’utilizzo di strumenti innovativi  come, appunto, i social bonds e il crowdfunding.

Da parte nostra, come rappresentanti del Governo, non possiamo non rilevare quotidianamente come per rispondere alle spinte distruttive che attraversano le nostre società e che mettono in discussione il fondamento dell’Unione Europea, sia sempre più necessario combattere l’emarginazione sociale e le disuguaglianze economiche e, al contempo, promuovere la salvaguardia dell’ambiente, tutelare il patrimonio artistico, diffondere i valori della solidarietà e della partecipazione. L’economia sociale nasce ed opera secondo queste finalità ed è un nostro dovere sostenerla e promuoverne la diffusione.