Il nuovo paradigma della green society nasce dai territori

Sempre più i miei microcosmi possono essere suddivisi in due categorie: quelli della ricerca dell’utile e quelli della ricerca del senso, due componenti essenziali dell’economia sociale di mercato. Quelli dell’utile pongono al centro il “gene egoista” dell’impresa, i processi di modernizzazione del tessuto produttivo e la difficile rappresentanza degli interessi che si scompongono e ricompongono nella metamorfosi. Quelli del senso, e non è un caso che oggi siano sempre più numerosi, pongono al centro le pratiche sociali che raccontano il ruminare sociale che alimentano i processi di civilizzazione che s’intrecciano alla dimensione degli interessi e il tentativo di farne rappresentanza, com’è il caso di un’organizzazione storica dell’ambientalismo, Legambiente.

In questi anni abbiamo imparato a rappresentare le nuove fenomenologie sociali nei territori, soprattutto quando tali insorgenze delineano una genuina volontà di incorporare nelle pratiche culturali, sociali, economiche il senso del limite, la sostenibilità, insomma quel patrimonio di valori storicamente associati all’ambientalismo, oggi assunti a pieno titolo nelle agende Cop21 o nei sustainable development Goals delineati dall’Onu, per fare alcuni esempi. Sul lato della produzione di beni e servizi l’incorporazione di quegli stessi valori nei prodotti e la riconversione dei processi produttivi a monte sono guidati dai verdi bagliori della stella polare della green economy e dalle costellazioni della digitalizzazione e dell’Industria 4.0.

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Quello che qui s’intende è in primo luogo green economy come capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. È un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Ma è un discorso che incorpora anche il tema dei nuovi conflitti: se vogliamo evitare di “bruciare” la green economy come una nuova bolla finanziaria dobbiamo associarvi la costruzione di una green society come fenomeno partecipativo e di democratizzazione della gestione del limite ambientale come nuovo motore di sviluppo. Ciò comporta la necessità di un nuovo discorso su ciò che è cittadinanza e su ciò che è diritto nella crisi, di politiche culturali e industriali, di scelte che cambino gli equilibri sociali e politici. Ed è su questo terreno che Legambiente prova a riposizionarsi nel tentativo di fare nuova società di mezzo tra green society e green economy.

Il riposizionamento non avviene immediatamente sul piano della rappresentanza, ma sul piano più solido della rappresentazione. Nella metamorfosi è quanto mai necessaria la prudenza: prima riconoscere nell’orizzontalità dei processi di maturazione sociale, poi, semmai, provare a farne eventuale rappresentanza verticale. Qui il problema è la circolarità tra rappresentazione dei fenomeni sociali e sua rappresentanza. A testimoniare questa società orizzontale in movimento che fa innovazione sociale con l’inclusione, è l’articolata casistica territoriale di pratiche di green society contenuta nel bel testo «Alla scoperta della green society» (Edizione Ambiente 2017) curato da Vittorio Cogliati Dezza. Si passa da esempi di cittadinanza attiva che danno nuova reputazione alla cooperazione con le cooperative di comunità e sperimentano forme di mutualità e di solidarietà ancorate alla riqualificazione urbana (a Ivrea come nelle periferie di Bologna e di Palermo), a forme di economia circolare di prossimità orientate alla distribuzione alimentare “contro lo spreco del cibo” e in accordo con la Gdo a Ragusa come a Treviso. O come le ormai diffuse iniziative di riciclo di vestiti e tessuti attivate un po’ in tutto il paese. Per non parlare dell’adozione di parti di beni storici architettonici nei quartiere di Roma (coinvolgendo le locali comunità musulmane) o in aree “difficili” come quelle tra Napoli e Caserta.

Si continua con il racconto delle pratiche di riuso temporaneo di aree e piccoli borghi abbandonati che coinvolgono scuole superiori nell’entroterra sardo, la trasformazione di aree verdi degradate in parchi urbani per una nuova socialità alla periferia di Campobasso, ad Andria come a Bolzano, o progetti per la viabilità ciclabile recuperando linee ferroviarie dismesse e altri beni demaniali in disuso in Val Pellice e a Perugia, e l’apertura di ciclofficine nei pressi dei dormitori pubblici per fare inclusione lavorativa di chi è in difficoltà (Milano). C’è poi l’area cultura e del turismo leggero, dall’escursionismo nella Sila al Clorofilla film festival nel Parco della Maremma, sino agli hub e ai coworking rurali a Matera e in Puglia. Questa proliferazione dal basso resiliente alla desertificazione dei corpi intermedi tradizionali e all’impaludamento nelle torbiere della politica, va accompagnata nel suo lento fare green society.

È un’esigenza ben evidente anche alle punte avanzate della nostra chimica verde. In un altro libro sempre edito da Edizioni Ambiente Catia Bastioli, ad di Novamont, descrive come il successo di “Un approccio circolare alla bioeconomia” non risieda esclusivamente in ciò che accade dentro le mura dell’impresa, ma anche da quanto i territori circostanti siano ricettivi sotto il profilo culturale, sociale ed economico alle istanze imprenditoriali. Anche qui la circolarità rompe i confini sia tra interno ed esterno alla fabbrica, sia tra interessi e senso collettivo. Un segnale di quanto anche imprese innovative come Novamont ritengano centrale senso e consenso sociale. In questo quadro, come prova a fare Legambiente, occorre stare in mezzo tra green economy e green society, declinando in maniera nuova il concetto di valorizzazione incentrato su green economy e beni comuni (paesaggio, risorse ambientali, patrimonio culturale, ecc.). Quanto più alto sarà il punto di sintesi tra queste due prospettive, quanto più alta sarà la qualità della green society a venire. Assumere la prospettiva della green society significa inserirsi tra pubblico e beni comuni, tra mercato e beni comuni, avendo nell’evoluzione dello sviluppo l’elemento di mediazione e sperimentazione, nonché spazio di compatibilità tra funzione culturale, sociale e di mercato.