La finanza sostenibile è diventata grande

Dire 23 trilioni di dollari, cioè 23mila miliardi di dollari, significa indicare una cifra talmente astronomica che può risultare di difficile comprensione. Più semplice farsi capire, forse, se si parla di un dollaro ogni quattro, con riferimento alle risorse finanziarie gestite in modo professionale. In ogni caso stiamo parlando dell’ammontare di investimenti che oggi vengono effettuati a livello mondiale secondo strategie e criteri di sostenibilità: è la finanza sostenibile e responsabile (Sri), ai più nota come finanza etica. A fornire questi numeri è l’atteso terzo rapporto biennale curato da Gsia-Global Sustainable Investment Alliance, l’iniziativa messa in campo dai principali Forum internazionali che promuovono la finanza Sri (come il Forum per la finanza sostenibile in Italia) per offrire una fotografia a livello globale di quanto questo modo d’intendere l’investimento cresce ed è diffuso sul pianeta.

Nei due anni trascorsi dall’ultimo rapporto, pubblicato nel 2015, la finanza Sri è cresciuta del 25%. Il che significa, appunto, che ormai per più di un dollaro su quattro (il 26%) gli investimenti gestiti professionalmente a livello internazionale (ma in Europa e in Australia-Nuova Zelanda il rapporto è di uno su due) integrano una qualche considerazione, principio o strategia di sostenibilità sociale e ambientale. Insomma, non guardano solo al rendimento nudo e crudo, chiudendo gli occhi su come e da chi viene prodotto, ma nella selezione delle attività in cui investire prestano attenzione anche ad altro.

In virtù del fatto, inoltre, che sostenibi-lità, rischio e rendimento di un investimento, specie in un’ottica di medio- lungo periodo, hanno dimostrato di essere collegati. Ma a cosa prestano attenzione gli investimenti sostenibili? La strategia di investimento etico più diffusa è quella dell’esclusione di settori o società la cui attività è considerata moralmente discutibile, altrimenti detta controversa: classicamente si tratta di armi, tabacco, gioco d’azzardo, alcol, nucleare, pornografia, sempre più spesso di fonti fossili di energia (petrolio, carbone, gas). Le esclusioni interessano investimenti per oltre 15 trilioni di dollari, 11 trilioni nella sola Europa.

A seguire c’è la strategia che vede l’integrazione di fattori Esg (ambientali, sociali e di governance) con i fattori economico-finanziari tradizionali nell’analisi degli investimenti (quasi 10,5 trilioni di dollari). Poi l’engagement e l’azionariato attivo (8,37 trilioni di dollari), che consistono nell’apertura di un dialogo – che può eventualmente giungere alla presentazione e al voto di mozioni nell’assemblea annuale degli azionisti – tra investitori e società investite, su temi di sostenibilità: il compenso del top management, il rispetto dei diritti umani nella catena di fornitura, le politiche a favore dei dipendenti, quelle per il contrasto ai cambiamenti climatici. La strategia cresciuta di più (+146%, interessa 250 miliardi di dollari di asset) è l’impact investment, gli investimenti che insieme al rendimento finanziario mirano a produrre un ‘impatto’ sociale positivo e misurabile a favore della collettività. La mappa della finanza Sri che lo studio di Gsia (sponsorizzato da Bloomberg) restituisce potrebbe sorprendere qualcuno.

Nonostante gli investimenti sostenibili siano nati in Paesi di area anglosassone, infatti, oggi è l’Europa a essere leader: il Vecchio continente ha il 53% degli asset Sri globali. Davanti a Stati Uniti (38%), Canada (5%), Australia-Nuova Zelanda (2,3%) e Giappone (2,1%).

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Avvenire(29-3-17)finanzasostenibile