La lenta convalescenza di un Paese in bilico

La fotografia che emerge dalla relazione annuale del governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco è quella di un Paese in convalescenza che sta lentamente rimarginando le ferite della più grave crisi economica dal Dopoguerra.

Prova ne è il fatto che ai ritmi attuali torneremo ai livelli del 2007 solo nella metà del prossimo decennio. E questo genera problemi non solo alla quantità del lavoro creato, con uno spread di qualità/dignità che cresce, visto l’aumento del divario tra qualità degli impieghi offerti e aspirazioni dei lavoratori.

Le sottolineature di alcuni dei principali ostacoli alla ripresa dell’economia e dell’occupazione sono convincenti. Ben tre volte Visco parla della debolezza degli investimenti pubblici ricordando invece l’efficacia degli incentivi «intelligenti» come il superammortamento che ha fatto ripartire la domanda di beni capitali superando la grave crisi degli investimenti, e gli incentivi per la ristrutturazione edilizia che hanno generato abbastanza valore economico e nuove entrate fiscali da assicurare un saldo non negativo anche per i conti pubblici. Mettendo assieme i tre elementi possiamo generalizzare sostenendo che una riqualificazione della spesa pubblica verso iniziative ad alto moltiplicatore è importante per la ripresa garantendo al contempo la tenuta dei conti pubblici, come sottolineato dallo stesso Mario Draghi, presidente della Bce, nel suo discorso dell’agosto 2014 al simposio della Fed Usa a Jackson Hole.

Assolutamente centrata l’enfasi su quello che appare come uno dei maggiori fardelli del Paese, il ritardo della giustizia civile. Secondo i dati di Doing Business in Italia ci vogliono 1.100 giorni per il recupero del credito tra due imprese contro i 700 della Polonia, i 500 della Spagna e i 400 della Francia. E 2.700 giorni in media per chiudere una causa civile contro gli 870 della Francia e i 460 della Polonia (dati Bartolomeo-Bianco e Cepej, 2016). Si tratta di un ostacolo molto grave che riduce i frutti attesi dell’attività imprenditoriale e accentua il problema delle sofferenze bancarie.

Molto convincente la parte sull’Europa, quando definisce «un’illusione» l’idea che l’uscita dall’euro risolva i nostri problemi, e quando sottolinea che questa resta la casa da abitare e da migliorare, anche se talvolta si può non essere d’accordo con le decisioni comunitarie (un riferimento al divieto di usare il fondo di garanzia dei depositanti nelle crisi bancarie). Il governatore va al nocciolo del problema quando parla del vuoto di fiducia come problema fondamentale in Europa. Vuoto di fiducia che ha portato alla «ricerca esasperata di garanzie reciproche» generando vincoli di azione e un’«Unione più forte nel proibire che nel fare».

Sui temi macro Visco ha anche ottimisticamente considerato che, con una crescita dell’1%, un’inflazione del 2% e un avanzo primario del 4%, l’Italia può riuscire a ridurre il rapporto debito/Pil dal 132,8% al 100% in dieci anni. Peccato che l’inflazione sia fuori linea rispetto allo scenario ipotizzato (è all’1,4% a maggio, con un calo mese su mese dello 0,2% registrato proprio ieri). Il percorso di rientro, insomma, non sarà facile. Una parte consistente della relazione non poteva non vertere sul fronte bancario. Rispetto allo scorso anno la difesa dell’operato di Banca d’Italia (svolta dinnanzi ad alcuni suoi predecessori) è parsa più accentuata nei toni.

Sullo sfondo, però, vi era il convitato di pietra delle due banche venete per le quali i fondi privati non sembrano bastare ai fini del salvataggio. Quando Visco ha parlato di una crescita dell’1% dei prestiti alle imprese è mancata quella scomposizione del dato tra prestiti alle mediograndi (in ripresa) e prestiti alle piccole e piccolissime (ancora in calo), spesso sottolineata dai dati flash Confartigianato. Torniamo qui ad un punto chiave del problema Paese. Una quota molto importante di piccole e piccolissime imprese che restano indietro per motivi di produttività interna, ma anche per inefficienze del sistema e per la difficoltà di accedere alle fonti di finanza esterna. La soluzione non possono essere le grandi banche quotate che violerebbero i loro obiettivi di creazione di massimo valore per gli azionisti. Né tale soluzione va trovata solo sul fronte bancario visto l’eccesso di ricorso al credito tra le fonti esterne per le nostre imprese.

In questo ambito siamo ancora in cerca di soluzioni perché i rimedi a cui si è sinora pensato (come i nuovi intermediari di microfinanza e i Piani Individuali di Risparmio) non paiono avere ampiezza di movimento tale da poter risolvere il problema. La speranza è che veicoli innovativi per il capitale di rischio e un modo diverso di fare banca (le banche di credito cooperative consolidate e rafforzate e una banca e finanza etiche volte non alla massimizzazione del profitto) possano giocare un ruolo importante nonostante limiti e vincoli della regolamentazione europea. Lo sviluppo di strumenti e metodologie per misurare con occhiali nuovi il valore creato (dal Bes alla valutazione del rendimento sociale degli investimenti) giocheranno dal punto di vista culturale e operativo un ruolo decisivo.

Avvenire(1-6-17)Becchetti