Le domande per il REI si potranno presentare dal 1° dicembre 2017

Entro il 3 agosto le Commissioni della Camera chiuderanno l’esame dello schema di decreto attuativo del reddito di inclusione. Riguarderà 1,8 milioni di persone, fra cui 800mila minori. Ieri si sono svolte le uniche audizioni previste, con un giudizio critico (a sorpresa) del presidente dell’Inps. Ecco i nodi che restano da sciogliere

Il Parlamento ha iniziato l’esame dello schema del decreto legislativo per l’introduzione del reddito di inclusione (REI), la prima misura nazionale strutturale di contrasto alla povertà assoluta. Le Commissioni si sono date tempi strettissimi e puntano a chiudere l’esame del provvedimento prima della pausa estiva: l’obiettivo infatti è quello che dal 1 gennaio 2018 il REI sia operativo. In Senato, in Commissione Lavoro, il sottosegretario Luigi Bobba ha precisato che il reddito di inclusione definito dal provvedimento riguarderà 1.800.000 persone, di cui 800mila minori e ha informato che «circa un miliardo di euro sarà stanziato per le attività di sostegno all’elaborazione dei piani personalizzati». Le domande per accedere al REI potranno essere presentate dal 1° dicembre 2017, mentre dal 1° gennaio 2018 avrà inizio l’erogazione delle misure previste.

Le Commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera invece hanno svolto ieri le uniche audizioni previste (qui la registrazione), chiamando rappresentanti dell’Alleanza contro la povertà, di associazioni e sindacati, esperti e dell’Inps. Ileana Piazzoni, onorevole del Pd, è relatrice dello schema di decreto legislativo per la Commissione Affari Sociali.

Onorevole, che tempi prevede?
Martedì procederemo con l’esame, pensiamo di chiudere entro giovedì 3 agosto. Quella di ieri è l’unica audizione prevista, teniamo conto del fatto che lo schema di decreto è stato costruito basandosi sul Memorandum siglato da Governo e Alleanza contro la povertà, si è trattato di un lavoro molto partecipato, con un dialogo forte. Lo stesso con ANCI e con la Conferenza delle regioni, che hanno già dato il loro parere. Sul fronte delle audizioni quindi è sostanzialmente emerso un giudizio unanime sul fatto che la misura è disegnata nella maniera giusta, ovviamente sappiamo che le risorse attuali non sono sufficienti per arrivare a tutte le persone in povertà assoluta ma è chiaro a tutti che il disegno è quello di una misura universale. Quindi è giusto procedere con gradualità, però dobbiamo arrivare molto presto a coprire tutta la platea.

E quanto ci vorrà?
Io penso che tra un anno o due arriveremo a coprire tutta la platea. Ovviamente faremo la nostra parte già nella prossima legge di stabilità.

L’Alleanza contro la povertà ha messo in luce due elementi specifici del decreto, su cui bisognerebbe intervenire. Il primo è il fatto che il decreto all’articolo 4 comma 5 prevede che dopo 18 mesi il REI debba essere sospeso per 6 mesi, prima di essere eventualmente riattivato per altri 18 mesi. L’intento è quello di incentivare i beenficiari a compiere ogni sforzo per uscire dalla povertà, ma secondo l’Alleanza questa interruzione obbligatoria, applicata in modo indifferenziato a tutti, rischia di danneggiare la lunga e difficile costruzione di un rapporto di fiducia tra operatori sociali e famiglie: la loro proposta pertanto è quella di sostituire i sei mesi obbligatori di “pausa” con una verifica, prima dello scadere dei 18 mesi, della sussistenza delle condizioni per continuare a ricevere il beneficio.
Condivido la visione che debba essere prevista possibilità di proseguire, però dico anche che sia la durata del beneficio sia la sua sospensione sono elementi che possono essere modificati senza tornare alla legge, ma direttamente con il Piano. Stiamo parlando di qualcosa che accadrà fra 18 mesi, un tempo congruo per avere i primi dati e fare un monitoraggio. Sulla sospensione poi ci sono scuole di pensiero diverse, c’è chi pensa sia negativa e chi ritiene sia indispensabile. Certo l’obiettivo finale è una misura che in prospettiva deve raggiungere l’intera platea, crescere nell’importo, avere una durata più lunga… però è necessario fare un passo alla volta. Più si verifica la funzionalità dello strumento, più i passi successivi sono a portata di mano.

L’altro elemento critico è il fatto che nello schema di decreto presentato alle Camere all’articolo 7 è sparita la possibilità di assumere operatori sociali in deroga ai divieti di nuove assunzioni: un comma che invece c’era nel testo entrato in Consiglio dei Ministri a giugno. La richiesta è quella di reinserirla.
La questione “in deroga” è sempre complicata, perché c’è il rischio che si premino enti non virtuosi. Stiamo facendo delle verifiche, la materia rientra nel monitoraggio completo dei fabbisogni professionali a cui sta lavorando il Ministero della Pubblica Amministrazione, se risultasse – sono certa che sarà così – che non ci sono operatori sociali a sufficienza si interverrà, non necessariamente in questo provvedimento. La volontà era chiara, tant’è che come ricordava ei era stata inserita nella prima versione. Vorrei però anche ricordare che con i PON stanno arrivando sui territori moltissimi soldi per i servizi sociali, è vero che gli effetti li iniziamo a vedere, è vero che sono misure straordinarie e che i contratti legati ai PON possono essere solo a tempo determinato, però mettendo insieme queste misure con altre norme emesse per l’apertura del turn over, penso che un comune virtuoso potrebbe anche avere il tempo e il modo di creare un piano di stabilizzazione.

Il presidente dell’Inps invece, Tito Boeri, ha fatto considerazioni negative proprio sulla quota di risorse destinate in modo strutturale al rafforzamento dei servizi territoriali: ve lo aspettavate?
No, siamo rimasti molto stupiti dalla critica di Boeri, non la comprendiamo né la condividiamo. È l’unico peraltro a muovere questa osservazione, al contrario il rimprovero spesso è quello di non mettere abbastanza risorse sui servizi. Il potenziamento del welfare locale è essenziale per l’attuazione del Rei che come noto non è un mero trasferimento economico ma una vera e propria presa in carico. Per questo abbiamo vincolato almeno il 15% del Fondo nazionale ai servizi: le risorse europee sono utili per impiantare i servizi, il fondo strutturale dà continuità nel tempo. Credo ci sia un equivoco da parte di Boeri, vincolare queste risorse non significa finanziare per sempre il personale con quel 15%: si finanziano i progetti di inclusione, di assistenza domiciliare, di educativa, i tirocini formativi… Onestamente, o non si condivide l’impianto del REI e si vorrebbe solo un trasferimento monetario, ma se invece si riconosce la bontà dell’impianto i servizi ci devono essere. Poi è vero che noi abbiamo chiesto all’Inps una grossa trasformazione, già con il Sia, abbiamo chiesto uno sforzo organizzativo a parità di risorse, però l’istituto è nelle condizioni di poterlo fare e in ogni caso la disponibilità dell’Istituto era stata verificata e la tempistica – presentazione delle domande dal 1 dicembre 2017 e corresponsione del beneficio dal 1 gennaio 2018 – era stata concordata.

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