Le sorprese del (secondo) welfare

Nel lessico politico-economico italiano l’espressione «Secondo welfare» ha faticato e ancora fatica ad imporsi. In questo caso il mainstream butta a sinistra e infatti tra gli accademici, gli economisti, i sindacalisti e i politici gauchisti parlare di secondo welfare è ancora considerato una sorta di tradimento. Indebolirebbe la battaglia per difendere e allargare il primo, quello statale.
La verità è che al di là delle formule a metà tra giornalismo e sociologia il welfare «aumentato» esiste e, usando un noto slogan, diremmo che lotta insieme a noi. E che ha goduto in questi anni di una maggiore benevolenza tra i cattolici e i lib-lab piuttosto che nelle file della «sinistra della spesa», legata all’idea che l’unica strada per combattere le disuguaglianze sia sempre e comunque quella di ricorrere allo Stato.
Maurizio Ferrera ha appena ultimato il nuovo Rapporto sui percorsi di secondo welfare — che viene presentato oggi a Torino — e spiega come «davanti alla forte pressione dei bisogni invece si sono attivati canali di risposta aggiuntivi rispetto a quelli pubblici». La sfera del welfare disegnata da Ferrera è un diamante a quattro punte: oltre allo Stato contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato e le associazioni intermedie. «La Grande Recessione ha sicuramente accelerato questo trend e principalmente è dovuto alle lacune e i vincoli del pubblico». In definitiva negli anni della crisi 2008-2015 si è riusciti a fare dell’innovazione sociale, molti soggetti della società civile si sono vieppiù responsabilizzati e sono arrivati anche i risultati. Niente di tutto ciò era scontato e ha in qualche modo contribuito a correggere l’impostazione di fondo del Primo welfare la cui spesa è largamente assorbita dal capitolo previdenza (218 miliardi euro) a scapito dell’assistenza (104 miliardi).
Ma, appunto, quanto vale oggi il secondo welfare? Se volessimo usare il parametro dei punti di Pil dovremmo forse andare oltre le dita di una mano ma Ferrera non ama le approssimazioni e per definire l’incidenza del welfare aumentato preferisce sciorinare la platea dei beneficiari. Il settore della bilateralità riguarda circa 7 milioni di potenziali fruitori, i grandi fondi sanitari integrativi coprono 2,5 milioni di lavoratori e invece i fondi, gli enti e le casse/società di mutuo soccorso con fini assistenziali riguardano oltre 9 milioni di persone, di cui 7 milioni di lavoratori e 2 di loro familiari. Infine grazie al contratto nazionale dei metalmeccanici che prevede misure di welfare aziendale il bacino dei beneficiari è di 1,5 milione di lavoratori. A tutto ciò va aggiunta la filantropia che per platee coinvolte e risorse mobilitate — soprattutto dalle Fondazioni ex bancarie — svolge oggi un ruolo di sistema. La massa critica del secondo welfare dunque c’è e il Rapporto la segnala in costante crescita così come sottolinea l’allargamento degli ambiti e delle materie.
Un esempio su tutti riguarda le iniziative per interrompere la trasmissione generazionale della disuguaglianza, ovvero per non azzerare già in fase di partenza le chance di mobilità sociale. Molti accordi di welfare aziendale prevedono interventi per favorire l’istruzione superiore dei figli dei dipendenti e le fondazioni ex bancarie hanno sviluppato sia una rete di azioni tesa a combattere la povertà assoluta dei bambini (1,3 milioni di casi in Italia!) sia la promozione delle youth bank per favorire l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro.
Vista quantità e qualità degli interventi perché c’è ancora diffidenza nei confronti del secondo welfare? Ferrera risponde così: «In Italia è molto radicata la cultura del pubblico come sfera esclusiva del welfare e dell’universalismo come unico approccio in grado di garantirne l’equità.
Si tratta però di una pura petizione di principio, nel mondo reale i valori di efficienza, efficacia ed equità si realizzano attraverso un mix di strumenti e di combinazioni». E l’intervento pubblico deve passare comunque attraverso una mediazione politica frutto di negoziati complessi (come possiamo constatare in questi giorni) e spesso origine di compromessi non sempre virtuosi. «Nel campo dei bisogni sociali la presunta assoluta superiorità del pubblico sul civile rappresenta uno schema astratto che andrebbe usato con maggiore cautela».

Corriere(21-11-17)welfare