L’Italia si desti o la sua democrazia farà la fine della rana in pentola

Un autorevole politico della Prima Repubblica analizza la situazione italiana perché, ci dice, riesce meglio su un giornale come la Voce di New York

La temperatura dell’acqua è vicina al punto di ebollizione per la crisi delle istituzioni in Italia, certo. Ma questa non è la causa, bensì l’effetto, perché a monte sta una crisi economica strutturale. Tra semplificazioni e colpevolizzazioni, nessuno sottolinea quali sono i problemi strutturali veri, anche perché non è elettoralmente pagante. Meglio promettere uno stipendio per tutti…

Non ho più da anni un ruolo politico. Ho l’opportunità di scrivere per un giornale americano autorevole, in lingua italiana ma distante dalla intricata foresta dei nostri partiti. Posso quindi tentare di portare una visione di insieme, perché i contorni della foresta prima citata si distinguono meglio da lontano e quando non vi si è immersi.

Vogliamo dirlo in modo crudo? Se una rana cade in una pentola di acqua bollente, salta via sull’istante e si salva. Ma se la rana entra nella pentola mentre l’acqua è fredda e si accende il fuoco, si adatta lentamente all’aumento della temperatura, si crogiola nell’acqua tiepida e non ha più la forza di saltar via in tempo. Anzi, non si accorge neppure che la temperatura ha superato il livello di guardia. La storia è nota, ma la rana purtroppo è la democrazia italiana. Che si è abituata negli ultimi decenni a condizioni assurde e uniche nel mondo occidentale. E che senza neppure rendersene conto rischia di morire.

L’elenco delle condizioni uniche è lungo. Dovunque i cittadini, anche se anziani, votano da sempre (o quasi) con le stesse regole. In Italia, le regole sono cambiate quattro volte in vent’anni (l’ultima perché la Suprema Corte le ha considerate incostituzionali). Ogni volta l’opposizione ha contestato che un giocatore truffaldino, ovvero la maggioranza parlamentare del momento, ha voluto cambiare le regole a partita in corso per vincere. Sempre, la forza di Governo, che si credeva furba, ha perso. Adesso tutti gridano che bisogna cambiare subito e per la quinta volta il sistema elettorale, ma nessuno sa come e con quali voti.

Le leggi elettorali in tutto il mondo tentano di rispondere a una esigenza di governabilità e rappresentatività. Che governabilità abbiamo avuto l’Italia negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. Quanto alla rappresentatività, qualche cifra è illuminante. Poiché l’astensionismo (non a caso) è in continuo aumento, il PD ha governato sino al 4 marzo con una larga maggioranza alla Camera, avendo ottenuto il voto del 19 per cento degli italiani. A tal punto la rana non si rende più conto della temperatura, che tutti riconoscono trionfanti Di Maio e Salvini, i quali infatti si dichiarano investiti dal popolo del diritto a governare. I loro partiti tuttavia hanno preso il voto, rispettivamente, di un cittadino su quattro e di uno su otto.

Non ci si rende più nemmeno conto che il meccanismo elettorale dell’ultima legge, chiamata dal nome del suo principale proponente (l’on. Ettore Rosato) “Rosatellum”, fa da moltiplicatore per la sempre più inquietante divisione politica dell’Italia sul piano geografico (destra al Nord e Cinque Stelle al Sud). I parlamentari eletti nei collegi uninominali sono infatti un terzo del totale. In Veneto sono 28 e altrettanti in Sicilia: tutti leghisti o berlusconiani i veneti, tutti Grillini i siciliani.

La crisi di rappresentatività, già grave per i partiti, lo è ancor di più per i singoli parlamentari. Che in pratica (specialmente per i due terzi dei seggi distribuiti con il sistema proporzionale) non sono eletti, ma “nominati”, perché come è noto conquistano il seggio alla Camera o al Senato automaticamente i primi di ciascuna lista. Spesso completamente sconosciuti al pubblico, che vota il simbolo di partito senza neppure lontanamente badare ai candidati. Si tratta di parlamentari nominati dunque, ma non da partiti trasparenti e democratici, bensì dai loro capi. I partiti sono stati infatti praticamente distrutti da anni di demonizzazione contro la “partitocrazia“  e la partitocrazia è stata sostituita dalla “capicrazia“.

I parlamentari devono tutto al capo e ciò ne avvilisce il ruolo al punto che anche formalmente si tenta di trasformarli da rappresentanti del popolo a “impiegati”.  Ovunque nel mondo, si ritiene che i deputati e senatori rispondano soltanto agli elettori e alla loro coscienza. In Italia no. Si vuole imporre loro “disciplina” e obbedienza. Il movimento Cinque Stelle già stabilisce multe e espulsioni per chi non ubbidisce. Maggioranza e opposizione teorizzano (e hanno avanzato proposte di legge) la necessità di espellere dal Parlamento chi cambia partito. Ancora una volta, siamo di fronte a teorie uniche nel mondo occidentale. Ma anche perché ci troviamo con una esperienza altrettanto unica (e quasi incredibile), che in parte spiega le contromisure dei capi: 336 deputati e senatori (su 945) hanno cambiato casacca nell’ultima legislatura. Mentre nell’intera prima Repubblica (dal 1948 al 1994) hanno cambiato in 11.

Si è trattato di parlamentari trasformisti e infedeli ai loro partiti, certo. Ma a quali partiti? E dotati di quale coerenza? Il movimento di maggiore successo (Cinque Stelle) ha una duplice leadership. Un comico ex comunista: Beppe Grillo. E una società poco trasparente: (la Casaleggio e associati). La cui guida (come è d’altronde è normale per una società privata) è passata per “diritto ereditario” da padre in figlio: dal fondatore Gianroberto Casaleggio, scomparso nel 2016, al giovane Davide, di cui non si conoscono né meriti né attitudini. Molti parlamentari Grillini si sono dimostrati trasformisti, ma il movimento non sembra da meno. Sostiene tutto e il contrario di tutto. Un giorno è per abbandonare l’euro (posizione iniziale), un altro per restarvi assolutamente fedele (posizione post elettorale di Di Maio), un altro per fare un referendum sulla fuoriuscita o meno (posizione ultima di Grillo). In campagna elettorale, Di Maio ha giurato che mai avrebbe fatto alleanze con nessuno. Subito dopo, per diventare capo del Governo, ha proposto alleanze con tutti (indifferentemente con la destra di Salvini e con la sinistra del PD). C’è contraddizione? No-ha spiegato- perché la sua proposta non è di una “alleanza”, bensì di un “contratto di governo”.

Il movimento Cinque Stelle viene definito “antisistema”. In effetti, il primo articolo della Costituzione dice che la Repubblica italiana è “democratica e fondata sul lavoro”. Per democrazia, la Costituzione intende, come è ovvio in tutto il mondo, la “democrazia rappresentativa”. Che i Grillini contestano, perché teorizzano una democrazia non rappresentativa, bensì diretta, basata sul continuo voto on-line dei cittadini connessi alla rete. Cittadini dei quali i parlamentari (di qui anche il loro declassamento) sono semplici “portavoce”. Il livello di rappresentatività di questo voto on line, per la verità, è indicato da un particolare. I rappresentanti più visibili dei Cinque Stelle sono Di Maio (candidato premier) e Fico (presidente della Camera). Come sono arrivati al vertice? Risultando per la prima volta eletti in Parlamento in modo automatico nel 2013, quali primo e secondo in lista nella circoscrizione di Napoli. E come sono stati scelti? Fico è stato scelto come primo con 228 click, Di Maio come secondo con 189. Ancora oggi, poche decine di parenti e amici al computer sono bastati per eleggere i deputati e senatori Grillini.

Quanto al lavoro, i teorici dei Cinque Stelle sostengono che la robotizzazione lo renderà sempre più marginale. Di qui nasce la loro proposta elettorale centrale: il “reddito di cittadinanza”, assegnato a tutti i cittadini in quanto tali. Una prospettiva tanto entusiasmante da consentire il pieno dei voti tra i giovani disoccupati del Mezzogiorno. I maligni osservano che la leadership del Movimento è un testimonial delle sue idee sulla marginalità del lavoro. Il candidato premier Di Maio ad esempio, a 32 anni, non ha mai lavorato stabilmente né si è laureato. Due terzi dei parlamentari Grillini della precedente legislatura non hanno mai presentato la dichiarazione dei redditi semplicemente perché non hanno mai avuto un reddito da lavoro regolare.

Se Di Maio è il primo trionfatore delle elezioni, il secondo è la Lega di Matteo Salvini (insieme hanno raccolto molto più del 50 per cento dei parlamentari). E anche la Lega è, sia pure in modo diverso, “anti sistema”, oltre che clamorosamente trasformista. Originariamente è nata contro l’unità dell’Italia e con il famoso slogan di Bossi sulla bandiera tricolore da buttare si è capito dove, per sostituirla con la verde bandiera della Padania. Adesso, al contrario, Salvini è diventato patriota, ammiratore della Le Pen, fedele al tricolore e alleato soprattutto degli ex fascisti come la Meloni. La Lega lotta quindi non più contro l’unità dell’Italia ma, in nome del “sovranismo“ nazionale, contro l’unità dell’Europa. I mali del Paese li attribuisce non più a  “Roma ladrona”, come diceva un tempo, bensì a Bruxelles ladrona, dalla quale si vuole allontanare senza vedere che, fuori dall’Euro, l’Italia farebbe la fine dell’Argentina. C’è qualche ritorno al passato, per la verità: anche da parte di Salvini.  Perché la Lega ha appena proposto e vinto in Lombardia e Veneto un referendum impostato con toni secessionisti, rivolto a conservare sul territorio le tasse versate. L’argomento principe della campagna referendaria leghista era che il Nord non vuole più mantenere i meridionali oziosi; il punto di riferimento era Barcellona, perché il secessionismo catalano ha scaldato il cuore dei leghisti.

Questo è il personale politico nuovo e vincente (di quello più vecchio e perdente-(ovvero del PD e di Forza Italia- i media hanno detto tutto e di più in passato, sottolineando ampiamente gli aspetti negativi). Questo è il Parlamento dal quale adesso il presidente della Repubblica cerca di estrarre un governo. Una impresa disperata in sé. Perché la cosiddetta seconda Repubblica è nata per imporre la logica del sistema maggioritario e del bipolarismo. È cresciuta con questo mito al punto da non accorgersi che i poli erano diventati non due, ma tre. I poli si sono pertanto scontrati furiosamente ciascuno contro gli altri due. Esattamente come avviene nei sistemi bipolari (ad esempio quello americano) dominati dal duello tra due contendenti. Adesso, ci troviamo come se, dopo il voto, Trump e la Clinton fossero stati costretti ad accordarsi. Anzi, peggio. Perché Di Maio, Renzi e Salvini si sono insultati per molti più anni e con delegittimazioni reciproche molto più volgari.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Il Quirinale appare un’isola di buon senso, imparzialità e razionalità. Per il momento, tutti i capi partito ostentano rispetto nei suoi confronti. Ma si può temere che presto qualche demagogo comincerà a ricordare che Mattarella è stato eletto non dal popolo, bensì da un Parlamento distante anni luce dalla realtà politica di oggi.

La temperatura dell’acqua è vicina al punto di ebollizione per la crisi delle istituzioni, certo. Ma questa non è la causa, bensì l’effetto, perché a monte sta una crisi economica strutturale. Ancora una volta, sono i numeri a dire la verità. Il debito pubblico record pari al 132 per cento del prodotto nazionale lordo nazionale si potrebbe pagare, se il tasso di crescita dell’economia fosse alto, come nella prima Repubblica. Ma l’Italia ormai da tempo ha lo sviluppo più basso in Europa. Se nel 1997 partivamo da 100, adesso siamo a 104, mentre gli altri Paesi europei sono in media a 130. Abbiamo perso e continuiamo a perdere competitività. Dal 2011, ad esempio, scendiamo in media ogni anno dello 0,3 per cento. Mentre il resto d’Europa sale dello 0,4.

Gli italiani possono anche non conoscere i dati precisi, ma conoscono la realtà che purtroppo toccano con mano e si infuriano. Anche per questo la campagna elettorale di Renzi è stata catastrofica: perché ha celebrato le straordinarie conquiste del suo Governo, delle quali peraltro pochi si sono accorti. La furia dell’opinione pubblica viene indirizzata dai politici stessi contro i politici che li hanno preceduti, alimentando il circolo vizioso della sfiducia verso le istituzioni democratiche, che inevitabilmente (anche se non sembrano accorgersene) è destinata a travolgerli tutti. I dirigenti della cosiddetta seconda Repubblica hanno dato la colpa a quelli della prima, che pure erano stati protagonisti del progresso più elevato, lungo e stabile della storia nazionale. I dirigenti della terza (innanzitutto i Grillini che ne hanno appena celebrato la presunta nascita) danno la colpa a quelli della seconda. In attesa che altri politici “nuovi“ diano la colpa a  loro perché-come si diceva un tempo contro la demagogia dei moralisti- “c’è sempre un puro più puro che ti epura“. E-si potrebbe aggiungere oggi- “c’è sempre uno nuovo rottamatore più nuovo che ti rottama”.

Tra semplificazioni e colpevolizzazioni, nessuno sottolinea quali sono i problemi strutturali veri, anche perché non è elettoralmente pagante. Meglio promettere uno stipendio per tutti (come i Grillini) e una flat tax del 15 per cento (ovvero ridotta per il ceto medio a un terzo), come Salvini.

Peggio ancora, i problemi veri non sono risolvibili in tempi brevi. Vogliamo sintetizzarli? L’Italia ha una evasione fiscale a livello di terzo mondo (oltre 120 miliardi di euro all’anno), perché i lavoratoti non dipendenti evadono il 67 per cento delle imposte. Senza contare l’evasione dei contributi pensionistici. Sempre come nel terzo mondo, in Italia non esiste la certezza del diritto perché le sentenze, ammesso che siano ragionevoli, arrivano dopo anni e anni: quando, nel settore civile, sono ormai inutili. Soprattutto, l’Italia è un paese tra i più vecchi del mondo, con un tasso di natalità al lumicino.  E non si è mai visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo. I giovani non solo sono pochi. Non solo vanno sempre di più all’estero per cercare fortuna. Sono anche (e questo è l’aspetto poco noto) tra i meno istruiti del mondo occidentale: la nostra percentuale di laureati è infatti al 33º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE.

L’intreccio tra crisi politica ed economica può in effetti preparare una prospettiva disastrosa. Ma non bisogna dimenticare che parte del copione è stata scritta da un comico come Grillo e che forse tutto potrebbe finire, almeno sul piano parlamentare, non nella tragedia bensì nel ridicolo.

Quanto all’economia, è vero che le cifre sono spietate, ma è anche vero che esiste un Paese reale ben diverso da quello descritto dai politici. A sentir loro, in nome del “nuovismo“,  tutto il passato è da buttare e si parte sempre da zero. Eppure l’Italia delle tre B (del lavorare Bene, del Bello e del Buono) non ce la siamo sognata. E’ quella che vediamo anche (forse soprattutto) qui, a New York. In questa Italia, quella vera, la democrazia è una rana dalle risorse imprevedibili. Forse salterà fuori dall’acqua bollente. All’ultimo minuto utile, come spesso accade in Italia, ma salterà fuori.

Per aiutarla a saltar fuori, certo è utile sottolineare proprio i casi politici unici dell’Italia. Per cancellarli e ritornare alla normalità del mondo occidentale. Tre questi casi unici cui rimediare (e ci vorrà molto tempo) ce n’è uno sul quale il dibattito è stato tabù in oltre vent’anni di “anti partitocrazia“. E che solo adesso comincia ad essere affrontato. I partiti sono in crisi ovunque. Ma l’Italia è l’unico Paese dove sia stata cancellata la loro storia e la loro continuità. In America i democratici e i repubblicani, in Germania i socialdemocratici e i democristiani si rinnovano, certo, e profondamente, ma hanno lo stesso simbolo e le stesse radici da secoli. Da noi il “nuovismo“ ha cancellato il passato e sempre più si scopre essere “nullismo”.

Ugo Intini

Ugo Intini, giornalista e saggista, è stato direttore dell’Avanti!, deputato socialista per quattro legislature, poi vice ministro degli Esteri nei Governi Amato e Prodi.

https://www.lavocedinewyork.com/news/politica/2018/05/06/litalia-si-desti-o-la-sua-democrazia-fara-la-fine-della-rana-in-pentola/