Per i giovani risorse limitate (da difendere)

La legge di bilancio «snella» varata ieri, 20,4 miliardi lordi per il 2018 di cui 15,7 se ne vanno per evitare gli aumenti dell’Iva e altri due per il rinnovo del contratto degli statali, evita «lacrime e sangue» e continua il «sentiero stretto» degli ultimi anni, con alcune novità importanti ma senza impennate. È, in fondo, una legge che sceglie il rigore ma non fa ricorso a misure choc pure necessarie. Un profilo moderato che non si riscontra nelle ambizioni del Governo, certo di rafforzare la crescita e stabilizzare i conti con questa manovra. Piuttosto, nel modo in cui la legge si presenta in Parlamento: il profilo moderato potrebbe garantire al Governo un percorso meno accidentato in una turbolenta fase pre-elettorale.

Le novità degli ultimi giorni sulla decontribuzione per le assunzioni dei giovani sono positive: bene l’allargamento del bonus del 50% fino ai 34enni nel 2018 e bene l’ampliamento al 100% del beneficio per i giovani che hanno svolto apprendistato o alternanza scuola-lavoro. Si tratta di correzioni e limature che vanno nella giusta direzione, ma non modificano in modo consistente la dimensione dell’intervento che, per il 2018, resta intorno ai 300 milioni.

La cifra dice che non siamo in presenza di un massiccio piano straordinario per l’occupazione giovanile che avrebbe avuto il merito di mettere al centro della scena politica – e probabilmente della campagna elettorale – la questione più grave che il Paese attraversa in questo momento: il lavoro dei giovani. Una questione con cui le forze politiche dovrebbero cominciare a fare i conti dimostrando di saper andare oltre l’immediato calcolo elettorale.

Va dato atto al Governo Gentiloni e al ministro Padoan di aver resistito a pressioni che avrebbero preferito altre priorità e comunque di aver portato fino in fondo la norma per il lavoro ai giovani. Così come va dato atto al Governo e al ministro Calenda di aver riconfermato gli incentivi fiscali per gli investimenti delle imprese in industria 4.0. Interrompere un flusso che ha contribuito non poco a far ripartire l’economia italiana sarebbe stato un errore gravissimo. Non solo si è evitato ma, anche qui con qualche restrizione come quella sui veicoli, si consente a quel flusso di espandersi ancora per due anni, con cifre non trascurabili (l’entità del superammortamento sul 2019 è di 1,25 miliardi). Va continuato negli anni prossimi con una prospettiva di medio termine, dando attuazione a quel piano organico lanciato da Calenda. Senza dimenticare che proprio sull’innovazione tecnologica si gioca una partita competitiva fondamentale per il nostro futuro e per quello della nostra industria. Se la Germania è la patria di «industria 4.0», la Francia ha speso in due fasi 16,6 miliardi tra istruzione, ricerca e aiuti alle imprese.

Resta la difficoltà della politica di restare concentrata sulle vere priorità senza disperdersi fra mille altri obiettivi, spesso correnti. In un Paese che – come ha scritto «Il Sole 24 Ore» domenica scorsa – ha speso 30 miliardi di flessibilità Ue in quattro anni per sterilizzare il meccanismo delle clausole Iva, aumentare il deficit e anche per aumentare la spesa corrente. Ma che con quella flessibilità non è riuscito – ed era nata proprio per questo – a far riparire gli investimenti pubblici. C’è da augurarsi allora che il Parlamento resti concentrato sugli obiettivi prioritari della manovra e non la trasformi in un terreno di scontro e di dispersione: non servirebbe a nessuno. Men che meno al rafforzamento della ripresa.

Sole24Ore(17-10-17)giovani_editoriale

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