Politica e religione, il patto che mette in allarme la Chiesa

Correre della Sera, 28 luglio 2018

La nascita di alleanze fra partiti conservatori, identità nazionali e fede preoccupa papa Francesco, che ben conosce i rischi che comporta

di Mauro Magatti
La Csu ha deciso che il crocefisso è  obbligatorio negli uffici pubblici della Baviera

«Usare il crocefisso come un Big Jim qualunque è blasfemo. La croce non è mai un segno identitario». Così un tweet di padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica. E a rincarare la dose, la copertina di Famiglia Cristiana che titola: «Vade retro Salvini». Che cosa sta succedendo dentro la Chiesa Cattolica?

Occorre leggere gli eventi italiani nel quadro di quanto accade a livello internazionale. In questo tempo di grandi cambiamenti, la nuova destra che sta emergendo in tutto il mondo fa esplicito riferimento ai valori cristiani come uno dei punti qualificanti della propria azione. In Baviera, la Csu di Markus Söder ha deciso di rendere obbligatorio il crocefisso negli uffici pubblici, ribaltando le decisione della Corte Europea che li aveva vietati. Proprio in questi giorni a Washington è in corso un importante evento sotto l’egida del nuovo segretario di Stato Pompeo sul tema della libertà religiosa a cui partecipa il cattolicissimo vicepresidente Pence. In Francia, il Fronte nazionale raccoglie buona parte dell’elettorato cattolico, che spera così di riuscire a inserire nell’agenda politica il tema della famiglia tradizionale e dell’aborto, mentre in Ungheria Orbán fa della difesa dei valori cristiani la propria bandiera. Oltre che una delle ragioni più importanti per il suo rifiuto di accogliere migranti: per il leader ungherese è in atto una invasione silenziosa che mira a distruggere la cultura cristiana in Europa. Infine, gli stessi venti soffiano in Polonia e negli altri Paesi dell’Est. Per non dire nulla della Russia, dove il legame tra Putin e la Chiesa Ortodossa è molto stretto.

Le preoccupazioni di padre Spadaro e di Famiglia Cristiana vanno dunque ben al di là delle vicende domestiche, anche se è evidente che il leader della Lega sta cercando di importare la linea Bannon anche da noi. Ciò a cui si assiste, a livello internazionale, è la nascita di un’alleanza fra partiti conservatori, identità nazionali e fede religiosa. Processo che non può che preoccupare Francesco che, essendo sudamericano, ben conosce i rischi che si corrono quando politica e religione si associano in nome del potere (formando veri e propri «patti del diavolo»).

Romano Guardini, il più importante teologo del 900, maestro di tutti gli ultimi papi, ci ha insegnato che la vita sociale tende a strutturarsi attorno a delle polarità irriducibili. Che non possono cioè mai essere superate del tutto, ma che ritornano di continuo strutturando un campo di forze nel quale le forme storiche concretamente si realizzano. Col rischio di oscillare da un estremo all’altro, senza mai riuscire a costruire equilibri sensati. Così, noi veniamo da una stagione affascinata dal mito individualistico e cosmopolitico, nella quale passava l’idea che essere liberi volesse dire essere abitanti del mondo, sciolti da ogni legame e obbligazione, aperti alle nuove possibilità garantite per tutti dall’avanzamento tecnico-scientifico. Un modo di pensare che, negli anni, è diventato sempre più progressista e laicizzato. Nel quale non c’era nessuno posto per la religione, per le appartenenze e le identità.

Nel momento in cui le promesse di un tale modello si sono svelate false per gran parte della popolazione, ecco che rischiamo di ritrovarci esattamente all’estremo apposto. È infatti evidente che la politica torna in campo marcando confini e facendo leva sulla identità religiosa per ricostruire quel consenso che il discorso tecnocratico ormai non riesce più a ottenere. Come la laicizzazione radicale è fallace (l’idea di espungere completamente le risorse religiose dalla vita sociale è destinata al fallimento e finisce per impoverire la coscienza individuale e il legame sociale), cosi la nuova fase basata sulla rinnovata alleanza tra politica e religione è destinata ad avere gravi conseguenze. Il modello — ricorrente nella storia — che immagina di distribuire un dividendo ai politici (via consenso) e ai religiosi (via legittimazione istituzionale) non può funzionare se non facendo ricorso sempre più esplicito alla violenza. Se è distruttivo per la democrazia, tale modello lo è anche per la Chiesa. Che nel lungo periodo paga costi enormi per la sua esposizione sul potere terreno (come il caso della Spagna dimostra). Ma, sopratutto, tale soluzione contraddice proprio il modello occidentale che si è sempre basato sulla (difficile ma proficua) convivenza tra politica e religione.

La politica ha il suo campo d’azione autonomo. E così la scienza. Ma entrambe sbagliano quando pensano di poter fare a meno o di strumentalizzare le appartenenze religiose. La religione non è un fatto puramente privato né può mai diventare dottrina di Stato. È piuttosto risorsa pubblica, che aiuta a tenere insieme società complesse e a rigenerare la coscienza individuale. Né il modello cosmopolita della società tecnica globale, radicalmente individualizzata e laicizzata, né la reazione basata sul ritorno di un nesso diretto tra politica e religione sono capaci di suonare questo spartito, che è poi uno dei segreti dell’Occidente (cristiano). Ma è lì che occorre guardare. Per il bene della società, dello Stato, della Chiesa.