Salvati: il partito rigenerato dalla sinistra liberal

Il politologo: Renzi esce rafforzato da questa svolta, ora deve rispondere mettendo a posto la situazione nei territori

«Dopo la sconfitta del referendum e i risultati del governo, percepiti come non eccellenti, il fatto che una parte così ampia del popolo di sinistra riconfermi Renzi a questi livelli è un dato importante. A cui lui deve rispondere». Politologo ed economista, Michele Salvati è stato, più di dieci anni fa, il primo teorico del Pd.

 

Un dato importante anche per il Pd: da noi i partiti tradizionali hanno ancora una vitalità?

«In Europa i partiti tradizionali sono in crisi quasi ovunque, con l’eccezione della Germania, la cui politica s’impernia sui grandi assi di Spd e Cdu. In qualche modo però il Pd sia a livello di struttura dei circoli che attraverso le primarie, si può definire un partito tradizionale con una base democratica ampia».

 

È un’eccezione?

«Sì, tanto che i politologi Fasano e Natale hanno intitolato il loro libro in uscita “L’ultimo partito”. Un partito che però ha permesso a un quasi outsider di arrivare alla guida. In questo è la differenza col Ps francese».

 

Cioè?

«Nel Ps era tale la resistenza a nuovi innesti liberal-democratici che Macron – un personaggio simile a Renzi, portatore di una filosofia liberale – si è convinto che non ce l’avrebbe mai fatta a vincere primarie aperte. Non avrebbe mai potuto scalare il partito dall’interno: Renzi l’ha fatto».

 

Ma qual è lo stato di salute delle primarie? Non è che poi, come in Francia, chi vince le primarie perde le elezioni?

«Lo stato di salute delle primarie dipende dai contesti. In origine, qui da noi, sono state un espediente per santificare Romano Prodi, che si rivolgeva a due popoli diversi e aveva bisogno di un’investitura generale. Adesso però quella vecchia spaccatura tra Dc e Pci è sparita, la fusione è avvenuta, e restano le fratture tipiche di ogni partito di una sinistra di governo europeo: tra un orientamento più radicale, uno più socialdemocratico filo sindacale, e uno liberal democratico».

 

E le primarie sono ancora utili?

«Non devono essere un feticcio, ma restano un grande strumento per tastare il polso dell’elettorato potenziale. Me la faccia dire così: vanno usate con opportunismo, quando servono. E secondo me hanno un senso solo quando coinvolgono molte più persone rispetto al popolo del partito: quasi quasi io metterei una clausola, che il risultato si rispetta solo se ai gazebo si presenta un numero di persone pari a 4 o 5 volte quelle che hanno votato tra gli iscritti».

 

Che Pd è uscito dai gazebo?

«Dal 2013 per la prima volta, e con la larga riconferma di ieri, la maggioranza del partito è liberale di sinistra, quella che era solo una infima minoranza quando militavo io nell’Ulivo: al congresso di Pesaro prendemmo il 4 per cento… Questo è, per ora, un successo di Renzi. Che ha avuto una investitura notevole a cui deve rispondere».

 

Come? Cosa deve fare subito?

«Renzi ha avuto un grande successo nel partito: ora lo metta a posto. Il Pd in molte realtà del Paese non esiste o è frutto di notabilati locali. Ripensi alla struttura del partito».

 

Proverà a votare in autunno o Gentiloni può stare sereno?

«Non lo so, ma credo che Gentiloni abbia con lui un contatto continuo e una tale affinità politica da poter stare abbastanza tranquillo».

 

Cosa prevede verrà deciso sulla legge elettorale?

«Temo che l’ipotesi più probabile sia che si vada a votare con le due leggi uscite dalla Consulta. Anche se spero di sbagliarmi: spero non si vada in direzione ancora più proporzionale».

 

La ferita della scissione di Bersani e D’Alema è già sanata?

«Non credo, ma vedremo gli effetti a lunga scadenza alle prossime elezioni. Tra la sinistra rimasta nel Pd e i fuoriusciti c’è una sorta di continuum, poi perché siano usciti non l’ho ancora capito. Pisapia, di cui ho grande stima, vorrebbe riunire tutto quel nucleo, vedremo se riuscirà e come reagirà Renzi».

 

Orlando e Emiliano lo accusano di voler fare un governo dopo le elezioni con Berlusconi…

«La battaglia politica sarà condotta sempre di più nella divisione tra due blocchi: Europa sì-Europa no, come già sta succedendo in Francia. In questo clima, è possibile che, se Berlusconi non si allea coi sovranisti, si troverà da questa parte del campo e diventi inevitabile fare un governo con lui».

http://www.lastampa.it/2017/05/01/italia/cronache/la-maggioranza-liberale-di-sinistra-ha-rigenerato-il-partito-democratico-VQlZDHKshzqO9hsSfIzjtM/pagina.html

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