«Su razionalità e passione i tre pilastri della riforma»

Gli enti, dal volontariato alle associazioni di promozione sociale; dalle cooperative alle imprese sociali; dalle fondazioni civili alle Ong: più ancora che di incentivi (fiscali o altro) hanno bisogno di riconoscimenti

Altamente meritoria è l’iniziativa del Corriere della Sera di dare vita alla pubblicazione settimanale dell’inserto Buone Notizie. E ciò per tre ragioni principali. Come si sa, fa il male chi dispera che il bene sia realmente possibile, il che accade perché mai (o quasi) si racconta il bene che si fa. L’illuminista napoletano Giacinto Dragonetti aveva saggiamente afferrato il punto quando nel suo Delle virtù e dei premi (1766) aveva scritto: «Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù». E poco più avanti: «La virtù per verun conto non entra nel contratto sociale; e se si lascia senza premio, la società commette un’ingiustizia simile a quella di chi defrauda l’altrui sudore».

Narrare il bene che si fa è allora il modo più sicuro per non diventare complici di chi diffonde disfattismi di ogni sorta o di chi crede al pernicioso principio del TINA (There Is No Alternative). La seconda ragione di plauso nei confronti dell’iniziativa in questione chiama direttamente in causa quel mondo vitale che è il nostro Terzo Settore. Gli enti che ne fanno parte – dal volontariato alle associazioni di promozione sociale; dalle cooperative sociali alle imprese sociali; dalle fondazioni civili alle ONG: oltre 300 mila soggetti – più ancora che di incentivi (fiscali o altro) hanno bisogno di premi.

 

Riconoscimento

Qual è il premio che il Terzo settore soprattutto attende? Il riconoscimento. Lodare è dire il bene che viene a noi e che è per noi. Troppe sono le lodi negate al Terzo settore, nel nostro paese. La nostra comunicazione è ancora tanto succube della logica della notiziabilità. Ha scritto La Rochefoucauld, moralista francese del XVII secolo: «Il male che facciamo non ci attira tante persecuzioni e tanto odio quanto ce ne procurano le nostre buone azioni». È proprio così: si è pronti a giustificare e a perdonare i vizi di qualcuno – perché ci fanno sentire superiori – ma non si riesce ad apprezzare il bene fatto da soggetti del Terzo settore, troppo spesso presi di mira. Sono dell’idea che Buone Notizie concorrerà a colmare questa grave lacuna della nostra cultura popolare. Infine, non posso non fare parola del ruolo che il nuovo inserto del Corriere andrà a svolgere come utile strumento di accompagnamento del processo di implementazione della prima Riforma organica del nostro Terzo Settore.

Il codice del Terzo settore

Dal 3 agosto di quest’anno è in vigore il «Codice del Terzo settore», approvato dal D. Lgs. 117/2017. Si tratta del più corposo dei cinque provvedimenti emanati in attuazione delle legge di riforma 106/2016. I mesi prossimi vedranno la pubblicazione dei decreti ministeriali attuativi della Riforma stessa – decreti che consentiranno di dare ali ai principi fondativi contenuti nei provvedimenti già approvati. Rilevante sarà pertanto il compito che Buone Notizie andrà a svolgere a tale riguardo. Ma quali sono questi principi che, al modo di pilastri, sorreggono l’intero impianto della Riforma? Per ragioni di spazio, ne sottolineo solo alcuni.

Riconoscimento

Il primo concerne il passaggio dal regime concessorio a quello del riconoscimento. L’autorità pubblica non deve più concedere autorizzazione a un soggetto di Terzo Settore che intenda perseguire «senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale» (art. 4, c.1). L’autorità pubblica deve piuttosto prendere atto dell’esistenza di una tale volontà ed esigere – come è giusto che sia – il rispetto delle regole, oltre che esercitare i relativi poteri di controllo. Si tratta di un passaggio di portata epocale che varrà a sprigionare tutte quelle energie che la società civile italiana è in grado di esprimere, ma che fino ad ora sono state appesantite da strutture burocratiche e da vincoli amministrativi privi di ogni giustificazione razionale.

Effetto «lievito»

Il secondo principio si riferisce al superamento di quella concezione che vedeva il Terzo settore come insieme di enti chiamati a compensare gli effetti perversi dei c.d. fallimenti del mercato e dello Stato. La Riforma accoglie, invece, la concezione del Terzo Settore come complesso di istituzioni di regolazione per il controllo in senso equitativo dell’attività economica, per accrescere la dotazione di capitale sociale (di tipo bridging), per rafforzare le azioni di advocacy (patrocinio) a tutela dei diritti di cittadinanza. Per dirla in altro modo, la Riforma sancisce il transito dalla concezione «additivista», secondo cui gli enti di Terzo Settore si aggiungerebbero ai soggetti degli altri due settori (Stato e Mercato) occupando una propria nicchia, ad una concezione «emergentista». Secondo quest’ultima, quella del Terzo Settore è una forma di agire che va a modificare le relazioni già esistenti tra tutte le sfere della società. L’immagine che viene alla mente è quella del lievito che, una volta inserito nella massa di pasta, la fermenta tutta quanta, e non solo una sua parte.

La misurazione dell’impatto sociale

Ad un terzo principio fondativo desidero fare cenno. Si tratta dell’accoglimento da parte del legislatore della cultura dell’impatto sociale. (Cfr art.7, c.3). La misurazione dell’impatto sociale di un’attività è espressione della evidence based policy, una prassi questa che sempre più sarà destinata a prendere piede nel nostro paese sulla scia di quanto già accade in Europa e nel mondo anglosassone. Infatti, l’idea che va affermandosi è che non è sufficiente limitarsi a dare conto dell’output di un certo progetto – poniamo, il numero di persone prive di lavoro che hanno partecipato a un certo corso di formazione. Quel che in più è necessario far conoscere è sia «l’outcome» del progetto stesso – per esempio, quante persone tra i frequentanti del corso hanno poi effettivamente trovato lavoro in un certo lasso di tempo – sia l’impatto sociale, ossia il cambiamento sulla comunità di riferimento generato dall’attività svolta. (Quanto a dire che occorre mostrare se e in quale misura il bene viene fatto bene!). Chiaramente, il grosso problema che ora si pone è quello di giungere a definire metriche per la valutazione dell’impatto sociale che tengano conto dell’identità e delle specificità proprie dei diversi enti di Terzo settore.

Sono certo che le pagine di Buone Notizie ospiteranno, nei prossimi mesi, contributi di pensiero (anche dialettico) e proposte concrete su tale questione, alimentando un vivace e fruttuoso dibattito, quanto mai necessario per far avanzare la cultura del civile nel nostro paese. Ne Il Fedro, Platone si serve della metafora dell’auriga che conduce una biga a due cavalli per suggerire come procedere per ottenere buoni e copiosi risultati da un certo corso di azione. L’auriga è l’elemento razionale dell’azione che deve guidare le passioni; i cavalli rappresentano l’elemento passionale. Senza razionalità, la biga (cioè il Terzo settore) mai raggiungerebbe la sua meta, ma senza passioni (idealità e motivazioni intrinseche) la biga non andrebbe da nessuna parte. È in ciò il senso ultimo – ossia la direzione – della prima Riforma organica del Terzo settore in Italia.

http://www.corriere.it/buone-notizie/17_settembre_18/stefano-zamagni-analisi-pilastri-riforma-codice-terzo-settore-6e00a1e0-94a0-11e7-add3-f41914f12640.shtml