Sul futuro del terzo settore la riforma spiegata da uno dei suoi padri

Intervista a Luigi Bobba Onorevole, Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

Luigi Bobba è da sempre un protagonista del Terzo Settore e della sua crescita. Solo per citare alcune delle sue esperienze, basti pensare che Bobba è uno dei creatori della Banca Etica, di cui è stato vicepresidente dal 1998 al 2004, Portavoce del Forum del Terzo Settore

Dal 1997 al 2000, Presidente nazionale delle ACLI dal 1998 al 2006. Negli ultimi anni, da sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel I Governo Renzi, confermato poi nel Governo Gentiloni, è stato uno dei protagonisti della Riforma del Terzo Settore. Chi meglio di lui ce ne poteva parlare.

Quale è la vision che vi ha guidato nel lavoro di questi anni per il Terzo settore?

Partendo dalla constatazione che il quadro giuridico concernente il Terzo settore risultava caratterizzato da una molteplicità e complessità di norme frammentate, il Governo si è posto l’obiettivo di procedere alla sua revisione organica e, quindi, alla sua semplificazione. A tal fine, come è noto, nel mese di maggio 2014, il Presidente del Consiglio ha lanciato le “linee guida” che hanno, da un lato, definito gli obiettivi da raggiungere, dall’altro, individuato il perimetro entro cui attuare il processo di riforma. Secondo le “linee guida” il Terzo settore si “colloca tra lo Stato e il mercato, tra la finanza e l’etica, tra l’impresa e la cooperazione, tra l’economia e l’ecologia che dà forma e sostanza ai principi costituzionali della solidarietà e della sussidiarietà e che alimenta quei beni relazionali che, soprattutto nei momenti di crisi, sostengono la coesione sociale”. Da questa asserzione è derivata l’esigenza di avviare una consultazione pubblica, volta a raccogliere contributi utili per la predisposizione dell’impianto normativo, che non ha riguardato solo gli addetti ai lavoriole pubbliche amministrazioni interessate dall’attuazione del provvedimento, bensì una serie variegata di soggetti che si occupano, istituzionalmente o professionalmente, del non profit. Data questa premessa, la riforma realizzata si basa sostanzialmente su una concezione che trova le sue fondamentanell’articolo 118 della Costituzione, laddove è previsto che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Essa inoltre, mira a valorizzare il Terzo Settore nei suoi tre elementi costitutivi: la finalità non lucrativa; gli scopi di utilità generale; un impatto sociale attento alla valorizzazione delle persone e alla promozione dei territori e delle comunità.

Quali sono i punti più importanti della riforma?

Richiamando sommariamente i contenuti della Legge – che ha l’obiettivo principale di riordinare, semplificare ed innovare la normativa degli enti non profit – ci sono rilevanti novità che spaziano dall’introduzione, per la prima volta, di una definizione giuridica di Terzo Settore –una sorta di “carta d’identità” che aiuta a configurare e tracciare il perimetro di questo variegato universo – fino all’istituzione di un Registro Unico del Terzo Settore che va a sostituire i 33 diversi registri attualmente esistenti, facilitando la conoscibilità ed aumentando la trasparenza per tutti gli stakeholder di riferimento. Inoltre, vengono ridefiniti i Centri di Servizio per il Volontariato che, con il nuovo impianto, diventano una vera e propria infrastruttura di servizio e di aiuto per lo sviluppo di tante piccole realtà associative, mentre, in materia di impresa sociale vengono introdotte nuove facilitazioni normative e fiscali, anche contemplando la possibilità di accedere sia a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali telematici, in analogia a quanto previsto per le startup innovative, sia di beneficiare di misure agevolative volte a favorire gli investimenti di capitale. Sostanziali sono le novità anche sul fronte del Servizio Civile che diventa “universale” cioè aperto a tutti coloro i quali desiderino intraprendere questa esperienza. In tema di misure fiscali e di sostegno economico è prevista non solo una razionalizzazione e semplificazione dei regimi di deducibilità e detraibilità delle erogazioni liberali in favore degli enti non profit, ma anche il completamento della riforma dell’istituto del 5×1000. In estrema sintesi, l’intento del Governo con questa Riforma è stato duplice: si è voluto procedere alla riorganizzazione della legislazione – primaria e secondaria –relativa al Terzo settore a inché questa fosse ispirata ai principi costituzionali definendo, al contempo, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con i soggetti e le organizzazioni di Terzo settore che decidono liberamente di svolgere attività di interesse generale.

Tre su sei decreti approvati? Da cosa siete partiti?

I decreti legislativi promulgati da marzo a luglio 2017, che a eriscono ad alcune delle tematiche cui ho già fatto riferimento, riguardano la riforma del Servizio civile che punta lo sguardo oltre i confini nazionali, aprendosi ad una dimensione transnazionale ed europea. C’è poi il decreto legislativo relativo al Cinque per mille contenete norme di maggiore e icienza e trasparenza, e quello in materia di Impresa sociale, che è la tipologia organizzativa del Terzo settore specificamente ipotizzata per l’esercizio di attività economica d’impresa, anche se tale esercizio non è precluso agli altri Enti del Terzo settore (ETS). Questo decreto ha lo scopo di rilanciare l’impresa sociale come motore di crescita e sviluppo di un’economia inclusiva e sostenibile e di facilitare la nascita diattività imprenditoriali a forte vocazione sociale. I punti salienti riguardano l’ampliamento dei campi di attività, la possibilità di ripartire – seppur in forma limitata –gli utili egli avanzi digestione, l’introduzione di misure agevolative per chi investe nel capitale sociale delle imprese sociali. Infine, richiamo il Codice del Terzo Settore che è senza dubbio il provvedimento più complesso avente il merito di aver ridefinito il quadro civilistico degli enti di Terzo settore. Il Codice consente a tutti gli ETS e a tutti coloro che di essi si avvalgono per il perseguimento in forma collettiva e non lucrativa di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, di avvalersi di una legislazione appositamente dedicata più ricca della precedente e perciò capace di contribuire al loro sviluppo e al più e icace perseguimento degli scopi, nell’interessedei beneficiari finali e dell’attività di interesse generale.

Cosa resta da fare?

Molto e stato già fatto per rendere immediatamente applicabile la riforma. Sono invece in dirittura di arrivo i decreti che individuano le attività strumentali degli ETS; le tipologie di beni che danno diritto alla detrazione o alla deduzione d’imposta; i criteri di computo per la definizione delle attività svolte in via principale dalle imprese sociali; le modalità con cui le imprese sociali pongono in essere operazioni di trasformazione, fusione scissione e cessione d’azienda. Ed ancora, si sta procedendo alla definizione delle linee guida per la redazione del bilancio sociale e i criteri di valutazione dell’impatto sociale prodotto dalle attività svolte dagli ETS. Da ultimo, è stata avviata la predisposizione dei decreti correttivi, laddove sia stata rilevata la necessità di procedere un “aggiustamento” delle norme relative al Codice del Terzo Settore e all’Impresa sociale.

Come immagina il futuro per i soggetti che operano nel sociale?

I presupposti per incoraggiare il futuro dei soggetti che operano nel sociale ci sono tutti: con la riforma si è investito molto non solo con riferimento all’assetto giuridico, ma anche in relazione alle misure agevolative. Basta ricordare la dotazione finanziaria della stessa riforma, pari a 190 milioni di euro, di cui 105 milioni previsti a copertura delle misure fiscali e tributarie di maggior vantaggio. La quota restante va ad alimentare il fondo per il finanziamento dei progetti degli ETS, l’attività dei Centri di Servizio per il Volontariato, l’istituzione e il funzionamento del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore e il Fondo per il Servizio civile universale. Le prospettive future del Terzo settore fanno ben sperare anche rispetto al loro campo di attività. Infatti, osservando i dati del recente censimento permanente delle istituzioni non profit, riferiti al 2015, si rileva un incremento dell’11.6 % delle istituzioni attive rispetto al 2011 e si evidenzia che i settori più consistenti e dinamici sono quelli dell’Assistenza sociale e della protezione civile, cioè ambiti destinati ad avere sempre maggiore rilievo nel nostro Paese. I dati del censimento sottolineano anche che la gamma di settori interessati è molto ampia; questi – solo per citarne alcuni – spaziano dalla cultura, sport e ricreazione allo sviluppo economico e coesione sociale, alla filantropia e promozione del volontariato, alla sanità, alla cooperazione e solidarietà internazionale, facendo emergere la particolare funzione “sussidiaria” degli ETS. A tal proposito la nuova normativa prevede che le pubbliche amministrazioni, sin dalla fase di programmazione delle attività di interesse generale da svolgere nei territori, coinvolgano attivamente gli Enti di Terzo settore attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione, e forme di partenariato, dando così pieno riconoscimento al loro fondamentale ruolo.

Si parla molto del fatto che la sfida del lavoro riguarderà anche il Terzo settore? Quale spazio ci sarà per il volontariato?

Il Codice del Terzo Settore ha dedicato una particolare attenzione alla figura del volontario e alle attività di volontariato, al punto che è stata individuata la specifica definizione giuridica di “persona che per libera scelta svolge una funzione in favore della comunità e del bene comune”, ed è stata prevista la promozione della cultura del volontariato da parte delle pubbliche amministrazioni e delle istituzioni scolastiche ed extrascolastiche, in particolare tra i giovani. Pertanto, sarà possibile procedere al “riconoscimento” e alla “certificazione” delle competenze acquisite durante lo svolgimento di esperienze di volontariato ed attribuire crediti formativi agli studenti. Questi sono elementi che potranno senz’altro stimolare l’interesse dei giovani ed incoraggiare la loro partecipazione alle diverse forme di volontariato.