Ue, l’austerità non è l’unica bussola

Stiamo vivendo una difficile transizione. L’instabilità geopolitica è ancora presente, ma il dinamismo economico e, in Europa, un rinnovato sentimento di fiducia nel nostro percorso comune, alimentano la speranza che ci stiamo avviando verso tempi migliori.
Le nostre società hanno attraversato dieci anni molto difficili. Avvertiamo ancora i contraccolpi dello scossone che ha colpito le nostre economie dieci anni fa, quando la crisi finanziaria ha messo termine all’equilibrio economico in cui vivevamo da oltre vent’anni. A mio parere, considerando le proporzioni della sfida, le nostre istituzioni economiche e politiche hanno retto bene. Sicuramente sono stati commessi errori. La risposta alla crisi economica avrebbe potuto essere più agile, in particolare in Europa.
Scelte come la Brexit, insieme alla comparsa del nichilismo sotto forma di populismo organizzato, sono tutte parte della complessa rete di conseguenze di quella crisi, che si è trasformata pian piano in una crisi di fiducia e sicurezza nel futuro. Noi siamo qui per ricostruire quella fiducia e quella sicurezza. Stiamo facendo del nostro meglio per dare ascolto alle legittime preoccupazioni della gente: vogliamo interloquire con posti come questo, e imparare dagli esperti.
Stiamo combattendo sfide su molti fronti. Dobbiamo fronteggiare uno scenario geopolitico instabile, dove le ragioni di preoccupazione non decrescono. Potrei citare la Corea del Nord e la minaccia del terrorismo internazionale. Come sapete, l’Italia collabora strettamente con gli Stati Uniti e gli alleati della Nato per fronteggiare queste sfide. I nostri soldati, le nostre Ong, i nostri funzionari pubblici nazionali e internazionali ci rendono orgogliosi, e sono coinvolti in tutti questi scenari. La nostra attenzione è concentrata soprattutto sul Nordafrica e il Medio Oriente, con l’obbiettivo di trovare un modo giusto e ragionevole per costruire una stabilizzazione di lungo termine e lunga durata. Vogliamo vedere l’Africa prosperare, socialmente ed economicamente. Abbiamo imparato dalla nostra esperienza personale che pace democratica e dinamismo economico procedono mano nella mano. E sappiamo anche che questi obbiettivi si raggiungono più facilmente quando gli amici ti offrono aiuto e un punto di vista indipendente. Continueremo in questa direzione.
Mentre siamo impegnati su questi complessi fronti geopolitici, stiamo anche sperimentando, finalmente, una situazione economica positiva. I segnali di ripresa economica si sono ormai trasformati in una crescita incontestabile. Dalla seconda metà del 2014, l’Italia sta crescendo costantemente. Nell’anno in corso, le previsioni economiche per il nostro Paese sono state costantemente corrette al rialzo, e sono arrivate ora a una crescita attesa dell’1,5 per cento per quest’anno. I livelli di occupazione femminile e i livelli di investimenti esteri sono ai massimi storici; le esportazioni stanno crescendo velocemente, dell’8,2 per cento rispetto allo scorso anno. Dal 2014 a oggi, la nostra economia ha creato più di 900mila nuovi posti di lavoro, e sta aumentando il numero di persone che passano dallo scoraggiamento e l’inattività alla ricerca di un impiego. Dobbiamo essere prudenti e non perdere slancio nei nostri sforzi di riforma. Teniamo in ordine i conti pubblici, riducendo costantemente il nostro disavanzo annuale, che secondo le proiezioni dovrebbe calare al 2,2 per cento quest’anno, ma allo stesso tempo investiamo per accrescere la produttività, sostenere la domanda interna e rafforzare misure che favoriscono l’inclusione sociale.
L’Italia, negli ultimi quattro anni, ha portato avanti uno sforzo di riforma straordinario. Non abbiamo lasciato nulla di intentato. Abbiamo cambiato la normativa del mercato del lavoro, abbiamo riformato i nostri sistemi bancari per migliorare la competitività e la trasparenza. Abbiamo impedito alcune crisi bancarie, limitate ma potenzialmente nocive. Abbiamo aggiornato il sistema giudiziario e il nostro apparato burocratico. Abbiamo investito nelle scuole pubbliche e nella formazione lavorativa. Abbiamo tagliato le tasse in modo da sostenere la domanda interna, concentrando i tagli sui redditi bassi, e la produttività, tagliando le tasse sul lavoro e offrendo sgravi fiscali per l’innovazione tecnologica nel settore manifatturiero.
Le nostre politiche stanno funzionando, secondo la gran parte degli indicatori disponibili. Ma su questo punto vorrei essere chiaro: tutto il merito della ripresa economica, fino all’ultimo centimetro, va attribuito all’impegno delle nostre famiglie e dei nostri lavoratori, del settore privato, della creatività dei datori di lavoro e dei manager nei nostri settori di specializzazione tradizionale e nei nuovi settori, come per esempio la variegata industria delle scienze della vita.
Un recente studio pubblicato dalla Brookings Institution afferma che 3,2 miliardi di persone, ossia il 42 per cento della popolazione mondiale, vive attualmente in una condizione di «classe media». È un dato straordinario, in un’ottica storica. Ma è un dato che offre anche prospettive di lungo periodo: le aziende italiane producono beni che la classe media mondiale vuole acquistare. Il nostro Paese è una destinazione sognata dalla classe media mondiale. «Inaspettate intrusioni di bellezza. La vita è così». Ho rubato questa citazione a Herzog, di Saul Bellow, che mi pare abbia trascorso del tempo qui. Penso che colga alla perfezione la fonte persistente di attrattività che l’Italia possiede.
Quest’estate, i nostri musei e le nostre spiagge hanno registrato un incremento a due cifre del numero di visitatori. Gli imprenditori italiani riescono a mantenere stabile il nostro Paese come seconda economia industriale d’Europa, e quinta a livello mondiale per eccedenza commerciale nel settore manifatturiero. In altre parole, le tendenze globali indicano che il buon andamento dell’economia che stiamo sperimentando poggia su tendenze di lungo periodo. Sarà nostra responsabilità sfruttare al massimo le nostre opportunità negli anni a venire.
Tuttavia, le tendenze globali evidenziano anche un paradosso che dobbiamo affrontare, se vogliamo persistere con successo nei nostri sforzi per difendere la democrazia contro la minaccia esterna del terrorismo e la minaccia interna del nichilismo e del populismo. Probabilmente conoscerete i numerosi studi recenti che dimostrano, con dati impressionanti, la straordinaria performance del mondo negli ultimi trent’anni: un miliardo di persone povere in meno, decine di milioni di bambini salvati da morte certa grazie alle vaccinazioni nei Paesi meno sviluppati. A livello globale, la disuguaglianza di reddito è diminuita.
Ma se è vero che il mondo appare in condizioni migliori visto in un’ottica generale, è vero anche che nessuno vive in un’ottica generale. La gente vive in contesti reali, le persone non sono numeri o statistiche. Sappiamo che nei nostri Paesi sviluppati la classe media e le fasce a basso reddito – spesso e volentieri i nostri cittadini più giovani e brillanti – hanno sofferto e continuano a soffrire. È un fatto incontestabile che le persone non si rallegrano per il miglioramento delle condizioni sociali dall’altra parte del pianeta se le loro opportunità si riducono, se il loro salario non gli consente di far quadrare i conti, se i loro figli sembrano meno realizzati di com’erano loro alla stessa età. Ad aggravare la situazione, i maestri delle illusioni si sono messi all’opera, cercando sfruttare fino all’ultima goccia le legittime ragioni di rabbia e frustrazione della gente, per conquistare il potere e per ricavare vantaggi economici.
Non esiste una ricetta perfetta. Ma con la saggezza creativa della politica possiamo fare in modo che le misure che sostengono la crescita procedano di pari passo con quelle che supportano l’inclusione sociale. Dobbiamo puntare a cucire, rammendare e rafforzare pazientemente le reti che tengono insieme le nostre società.
Gli sforzi del mio Governo si muovono lungo due direttrici fondamentali. Da un lato, continueremo a lavorare per migliorare le nostre condizioni interne. Tra poche settimane presenterò in Parlamento l’ultima legge finanziaria di questa legislatura: includerà altre riduzioni delle tasse per migliorare la produttività. Includerà misure di politica sociale per sostenere la classe media e i giovani, e continueremo a combattere la disuguaglianza. Includerà misure per proseguire nella modernizzazione del nostro apparato statale.
L’altro punto di riferimento a cui ci ispiriamo è l’Europa. La Brexit è stata effettivamente una sveglia salutare. Ci ha insegnato qualcosa che non sapevamo, o che evitiamo costantemente di riconoscere: i sostegni dei nostri legami più preziosi devono essere costantemente rinnovati, costantemente nutriti. I nostri cittadini, i nostri elettori, devono sperimentare concretamente il peso che ha l’Unione Europea nella loro vita.
Siamo all’inizio di una nuova fase per l’Unione Europea. Stiamo assistendo a passi concreti di miglioramento in direzione di una maggiore solidarietà, di una visione più condivisa di problemi pressanti.
È indubbio che il giudizio di lungo periodo sul progetto europeo è quello di uno straordinario successo. Ha consentito una crescita economica senza precedenti e un welfare inclusivo in tutti i Paesi europei. La nostra Unione ha istituito la pace in terre dove la guerra era la norma. Ma la politica riguarda il futuro. Le decisioni vanno prese sulle nuove traiettorie, non su quelle vecchie.
Abbiamo bisogno di politiche economiche più forti: non di incrementare la spesa, ma di dare risposte significative ai nostri cittadini. L’Europa deve acquisire una comprensione più accurata dei danni che avvengono quando l’austerità è l’unica bussola. Sono fiducioso che presto ci arriveremo.
Dobbiamo esplorare politiche più coraggiose, come un sussidio di disoccupazione europeo. Dobbiamo estendere le politiche che promuovono scambi ed esperienze intraeuropee per i giovani. Dobbiamo prendere sul serio le preoccupazioni che esprimono i nostri cittadini, e dobbiamo essere in grado di trasformarle prontamente in misure concrete. Rapidamente. La recente esperienza del nostro Governo per impedire una potenziale crisi bancaria in Italia mi ha insegnato che c’è molto da fare per migliorare la regolamentazione europea, rendendola di più facile applicazione. In tutti questi campi, siamo «estremisti». Vogliamo di più e più in fretta. Ma sappiamo anche che è ragionevole chiedere di più, e siamo persuasi che i popoli europei si aspettano moltissimo dai loro leader. Dobbiamo soddisfare queste aspettative.
Dobbiamo anche ricostituire i legami tra il passato, il presente e il futuro. I maestri dell’illusione fanno sempre riferimento a un passato lontano, un’età dell’oro che non è mai esistita. Come ha detto Mark Lilla nel suo recente, efficacissimo libro, «i reazionari della nostra epoca hanno scoperto che la nostalgia può essere un motivatore politico potente, forse perfino più potente della speranza. Le speranze possono essere deluse. La nostalgia è irrefutabile». La politica della falsa nostalgia può essere potente in tempi di sofferenza. È per questo che rimane fondamentale ricordarci da dove veniamo veramente.
Negli ultimi settant’anni, gli aspetti di fondo dell’Italia sono stati eccezionalmente stabili. Abbiamo ricostruito il Paese dopo la guerra, abbiamo sperimentato il più grande boom economico della nostra storia, abbiamo sconfitto il terrorismo interno. Abbiamo costruito un’economia moderna e dinamica, abbiamo coltivato generazioni di studiosi, intellettuali, artisti. L’Italia ha fatto la scelta dell’Europa e della moneta unica, e più recentemente siamo riusciti a superare la Grande Recessione senza venir meno ai nostri doveri internazionali, inclusi gli sforzi globali per combattere i cambiamenti climatici. In tutti questi anni, abbiamo cercato di conciliare la libertà economica con una società inclusiva.
Siamo un Paese che a volte viene raffigurato come una nazione di politica politicante e instabilità. La verità è che i nostri aspetti di fondo non sono mai cambiati dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, e le buone prospettive economiche ci rendono fiduciosi sulla possibilità di accelerare ulteriormente i nostri miglioramenti negli anni a venire.
Guardare al passato ci conforta nella sicurezza che persistere è una buona strategia. Che la fiducia nella democrazia è ben riposta, che i nostri valori, costruiti sulla base di una tradizione importante, sono il motore delle nostre scelte. Come diceva il presidente Lyndon Johnson, «Se riusciremo, sarà non grazie a ciò che abbiamo, ma a ciò che siamo; non grazie a ciò che possediamo, ma a ciò in cui crediamo».

Sole24Ore(20-9-17)GENTILONI

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