Una generazione in sala di attesa

Non avevamo bisogno di conferme ma anche i dati sull’occupazione diffusi ieri congiuntamente (alleluja) da Istat, Inps e ministero del Lavoro ci dicono che lo zoccolo duro della disuguaglianza «abita» tra gli under 35, un segmento del mercato che nell’ultimo anno ha visto addirittura ridurre il numero degli occupati. Va da sé che è proprio in questa fascia che invece dovremo aumentare — e di tanto — l’occupazione e non ci riusciamo. Il punto rimane sempre lo stesso: non sappiamo ancora far funzionare le politiche attive del lavoro e dobbiamo attuare ancora le novità che il Jobs act ha introdotto in materia. Il 2017 che sta per partire non sembra però aver voglia di farci sconti e noi usciti da pochissimo da un dilaniante referendum abbiamo già trovato il modo di discutere e di litigare su quello successivo. La verità è che un comizio/intervista lo si prepara in poco tempo mentre è assai più difficile per tutti — sindacati compresi — impegnarsi pancia a terra per salvare i nostri giovani. Come? Innanzitutto spiegando loro che il mercato del lavoro nel tempo di una sola generazione è uscito completamente stravolto e che devono essere essi stessi «gli imprenditori» della propria occupabilità. Sia chiaro però: se chiediamo loro uno sforzo inedito dobbiamo però accompagnarli, dobbiamo far sì che la politica attiva del lavoro diventi una sorta di servizio di prossimità. È un impegno che la Società degli Adulti deve prendersi al di là delle differenti opinioni e dei ruoli anch’essi differenti che si occupano. Il rischio di perdere una generazione è assai concreto ed ex post non ci saranno assoluzioni facili per nessuno.

In questo nostro impegno dobbiamo sapere che il mercato e le imprese chiedono (anche) una quota di flessibilità. Dobbiamo trovare i modi migliori per generarla e per controllarla ma non la possiamo negare.È l’economia moderna, il mutamento dei business, la competizione planetaria che la richiedono e alle legislazioni nazionali tocca individuare le metodiche migliori. Può darsi che l’accoppiata Jobs act più voucher non sia la soluzione ottimale per rispondere alla doppia esigenza di stabilizzare il lavoro e nello stesso tempo di tracciare «i lavoretti», ma quello che sta avvenendo in questi giorni non aiuta il sistema a emendarsi. Quando anche un politico mite come Roberto Speranza arriva a dire, in stile spaghetti western: «O Poletti o i voucher», vuol dire che la ragione sta abbandonando i nostri territori. Si sta delocalizzando. Discutiamo pure di come affinare le nostre leggi per far fronte alla grande trasformazione del lavoro che stiamo e continueremo a vivere ma facciamolo con giudizio e responsabilità. I nostri figli ci guardano.

 

Infine i dati di ieri ci dicono anche che l’occupazione nel lavoro autonomo diminuisce ed è francamente una sorpresa. Nel mutamento dell’economia è largamente prevedibile infatti che la tendenza all’auto-impiego si rafforzi e se non sta avvenendo un motivo ci deve essere. Molto probabilmente risiede nelle mille difficoltà che ancora deve affrontare chi vuole mettersi in proprio. Un giovane che ha intenzione di sfidare il mercato si trova prima di tutto a fare i conti con la burocrazia e con le sue mille trappole. E spesso perde prima di entrare in campo. Anche questo è un lusso che un Paese in ritardo d’occupazione non può permettersi, l’amministrazione dovrebbe essere grata a un under 35 che si mette in gioco rischiando di suo e invece gli rende difficile la vita. E per averne l’ennesima riprova basta guardare alla voce «partite Iva» del decreto fiscale collegato alla legge di Stabilità.

Corriere(29-12-16)DIVICO

http://www.corriere.it/opinioni/16_dicembre_29/flessibilita-necessaria-81c076e0-cd2e-11e6-a469-c81def57020b.shtml