Una vera detassazione sulla beneficenza privata

Il Corriere della Sera, 30 dicembre 2017

Si libererebbero risorse immobilizzate e si darebbe slancio a tanti progetti di coesione sociale e manutenzione di beni pubblici, settori dove agisce il non profit e lo Stato fatica sempre più a intervenire

Nell’Italia disillusa dalla politica esiste un partito anomalo che lavora per risolvere emergenze e problemi. Cresce contrastando falsi idoli e idee sbagliate, puntando sull’impegno di cittadini e imprese responsabili, che chiudono i buchi lasciati dallo Stato e rendono possibile un’altra economia: quella che supera i limiti delle diseguaglianze, scommette sui valori delle comunità e dei territori, difende i diritti dei minori, degli anziani e delle fasce deboli, immigrati compresi.

A questo insieme, chiamato impropriamente Terzo settore, in quanto potrebbe anche essere il primo, serviva una legge che definisse perimetri, categorie e obiettivi, regolamentandone obblighi e vantaggi fiscali. La legge è arrivata e il passo avanti adesso sarebbe quello di spingere a fondo la leva della deducibilità, per aumentare le donazioni private e sfrondare il farraginoso meccanismo delle detrazioni fiscali. Quando certe attività vengono svolte da organizzazioni della società civile che possono raggiungere risultati qualitativamente migliori del settore pubblico, è opportuno un riconoscimento: detassare la beneficienza .

Ridurre le tasse per i privati che si sostituiscono allo Stato nelle opere di pubblica utilità é doveroso e necessario, ha scritto Massimo Fracaro (Corriere Buone notizie del 12 dicembre) ma sulla beneficienza privata rimane un pregiudizio di fondo: il sospetto che aiutando qualcuno stornando soldi dal proprio bilancio sia un modo per evadere il fisco, un escamotage per dare meno soldi all’erario, avvantaggiandosene con prestanomi o società fantasma. Il pregiudizio si può superare soltanto in un modo, oltre a quello sacrosanto di colpire gli evasori: rafforzando i principi, verificando la trasparenza e la correttezza di ogni donazione, le finalità e le destinazioni, che non possono essere altro che quelle del bene comune con lo Stato a fare da garante.

Una beneficienza sottratta alle imposizioni fiscali, sul modello anglosassone o americano, dove un dollaro donato è un dollaro in meno per le tasse, libererebbe risorse immobilizzate e darebbe slancio a tanti progetti di coesione sociale e manutenzione di beni pubblici, settori dove agisce il non profit e lo Stato fatica sempre più a intervenire. Un accurato elenco di opere pubbliche e di lavori socialmente utili da finanziare potrebbe essere il primo gradino di un’ alleanza in cui i cittadini benefattori sono i committenti e lo Stato è regista e beneficiario. Evitando casi già accaduti in passato, dove chi realizza qualcosa senza poter stornare l’Iva deve pagare un onere aggiuntivo, del 10 o del 20 per cento, sottraendo altri fondi destinati alla comunità. O chiedendo a chi ha un bilancio di sette milioni, come per esempio l’Istituto dei ciechi a Milano, tasse in varie forme per un milione, cifra che potrebbe essere spesa in attività di sostegno alle disabilità, rifinanziando attività di formazione e integrazione.

Davanti alle crescenti difficoltà delle istituzioni pubbliche il welfare vacilla: servirebbero per questo forme più estese di agevolazioni ai privati che sostengono il volontariato attivo. Non si può ammortizzare la povertà, l’emarginazione e l’immigrazione problematica, se non si mobilita la ricchezza privata. E ancora: se c’è una torre, un campanile, un luogo pubblico da restaurare, un servizio agli anziani da sostenere o un edificio da destinare a residenza protetta, è difficile trovare qualcuno disposto a metter soldi senza incentivi fiscali. Chi investe oggi nei paesi svuotati dell’Appennino, ripopolati da lupi e cinghiali, quando mancano i ritorni d’immagine e soprattutto la deducibilità?

Dal primo gennaio 2018, ricorda Luigi Bobba, relatore della legge sul Terzo settore, sarà possibile un aumento delle detrazioni per le imprese e verrà applicato un Art Bonus, simile a quello ideato dal ministro Franceschini per le erogazioni a sostegno del patrimonio pubblico, pari al 65 per cento del credito d’imposta. Far conoscere queste innovazioni è utile e conveniente. Ma una detassazione vera, del tipo «più dai e meno versi», potrebbe innescare un circolo virtuoso: prendersi cura di quel che lo Stato lascia al nostro buon cuore, migliorando l’ambiente e la qualità della vita, è un fattore di crescita competitiva.

E’ chiaro che si presuppone un sistema in grado di verificare che le donazioni con la deducibilità agevolata vadano a buon fine. E che la detrazione sia sostituiva della spesa pubblica, che deve diminuire invece di aumentare. Si tratterebbe poi di rovesciare un paradigma, quello della sfiducia nei confronti dei cittadini e delle loro buone intenzioni. Sarebbe un atto di fiducia nell’impresa del bene, un rischio che vale la pena correre.